Famiglia ed educazione (prima parte)

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Quali difficoltà?

Raro, oggi, trovare una società che non riconosca il rapporto genitori-figli, come rapporto decisivo e di alto valore. Questo tipo di legame appare durevole e piuttosto stabile nella vita delle famiglie, al punto che il calo delle nascite (nei paesi occidentali) non rappresenta affatto un segno che il figlio abbia perso valore, piuttosto il contrario; più diminuisce il numero di figli, più aumenta il legame emotivo. Il calo demografico, è chiaramente dovuto a un significativo cambiamento culturale. Siamo nell’epoca in cui i genitori curano più i propri desideri di realizzazione personale che la generazione di una nuova vita, in una storia familiare e sociale.
Ciò che una volta era espressione di un progetto di coppia, nella ricerca di mantenere vivo il legame con le generazioni precedenti (consapevoli della costruzione di un mondo futuro in cui i propri figli potessero vivere meglio), è stato soppiantato dalla paura di non farcela a andare avanti per mancanza di sicurezza, giustizia, politiche familiari adeguate, tutela del lavoro e sussidiarietà da parte dello Stato. Questa paura, reale, blocca soprattutto le giovani coppie al momento di pensare alla generazione di un figlio.  A causa della paura, l’interesse verso la procreazione è surrogato da carriera, svago, edonismo. Tuttavia, non mancano coppie che generano figli, ma dinanzi all’insicurezza sociale, impostano la cura dei figli, soprattutto, in termini affettivi e protettivi, annullando l’aspetto gerarchico dell’autorevolezza.
Un noto pedagogo e psichiatra francese, afferma: «Oggi, il genitore non sembra più teso verso il compito di educare (da: ex-ducere, cioè “tirare fuori” le potenzialità del figlio), ma è piuttosto portato a sedurre (se-ducere, cioè “tirare dentro”, attirare il figlio a sé)»1. Questo atteggiamento porta «i genitori a compiacere il figlio, cioè a colmare e prevenire ogni suo bisogno, spesso stimolandolo eccessivamente. In altre parole, sembra sia diventato un obbligo essere genitori “perfetti”. Genitori il cui fine è quello di dare la felicità al figlio (in particolar modo nell’uso dei beni di consumo n.d.a2. Tuttavia, questo paradosso, rischia di far perdere l’importante esperienza infantile al bambino. Il figlio, per sua natura ha bisogno di avere al suo fianco «genitori», non “genitori-compagni di gioco”. Ha bisogno di adulti in grado d’imporre «limiti», non solo gratificazioni. Adulti che sappiano introdurlo nella nuova generazione familiare e sociale.

Quali sono le difficoltà nel «condurre» i figli?

In generale, l’incapacità di offrire loro una prospettiva futura e una direzione verso cui tendere. Molti sono i genitori incerti sui criteri e sugli obiettivi educativi con i quali orientarsi nelle difficili (e oggi assai complesse) scelte. Vero è, che l’attuale cultura e l’insicurezza di una società umana sempre più approssimativa, porta i genitori a non sapere cosa desiderare per sé e per i figli.
Un esempio, negativo, nell’attuale contesto educativo, è la figura (molto diffusa) del “genitore-amico”. Per molti aspetti seducente e accattivante, ma (di fatto) rappresenta il sintomo più evidente dell’abbandono del compito della «cura». Abbandono genitoriale che scade miseramente, nei banali atteggiamenti di complicità, oppure di accondiscendenza a ogni costo. Questo modello genitoriale, è un fallimento. Dobbiamo considerare che, i figli, gli amici li hanno (e generalmente) tra i propri coetanei (giusto così). Se chiedessimo loro di scegliere, eviterebbero di far entrare, uno o entrambi, i genitori in una relazione amicale di cui fanno parte certi meccanismi psicologici (si pensi a certe confidenze) che normalmente non usano (userebbero) con i propri genitori.
Pertanto, è opportuno rispettare ciascuno il proprio ruolo di padre o madre. Anche perché i genitori sono solo due e (nonostante le famiglie allargate) restano gli unici, per sempre.
Un altro problema, oggi, sembra il timore di molti genitori di perdere l’affetto dei propri figli, perché si è dato al legame col figlio una valenza esclusiva. Stranamente, in una società che esagera il ruolo dell’autonomia, è sempre più difficile promuovere, nei figli, il processo d’indipendenza dalla famiglia (nessuno li prepara, nemmeno i genitori). In questo modo ai figli (una volta cresciuti) mancherà la maturità di una piena responsabilità adulta, sul piano personale, affettivo e sociale.

Da queste osservazioni se ne traggono alcune conseguenze.

Innanzitutto, la difficoltà dei genitori nella trasmissione dei valori e del senso delle realtà oggettive. La difficoltà, è sempre più evidente a mano a mano che a tecnologia sviluppa il mondo virtuale, in cui i “social” influenzano i giovani molto più di quanto riescono a fare i genitori. Un secondo problema nasce dalla macchinosa e sterile collaborazione tra gli adulti che, a diverso titolo, si interessano dell’educazione. Non è un caso, ad esempio, che nel rapporto genitori-insegnanti, oggi, vi è più rivalità e scontro emotivo, piuttosto che cooperazione. D’altra parte ciò accade perché il figlio è visto come oggetto da possedere, anziché un essere generato affinché viva la propria vita responsabilmente (cioè, rispondendo delle proprie scelte).
Terzo problema. I ragazzi, guardando ai modelli relativisti, offerti loro dagli adulti e dalle istituzioni, si disinteressano dello studio per la conoscenza, giungendo all’età adulta con capacità professionali quasi sufficienti. Come potrà inserirsi nella società un giovane dalla fiducia indebolita? Qui nasce l’isolamento delle famiglie e degli individui la cui conseguenza, è la separazione dell’aspetto affettivo da quello morale.

Prima conclusione: in questo modo si entra nel pericoloso «gioco delle parti» che attribuisce alla famiglia il compito affettivo e alla scuola la funzione di dare regole di condotta. Vogliamo continuare a proporre questo modello educativo? No, questo non è un modello, ma «bipolarismo educativo», malattia sociale che non porta a nessun risultato. Ora, siccome all’orizzonte non vi sono valide proposte educative, è mia opinione che occorre ricondurre l’educazione al suo valore originario.

continua…

Note:

1. Cf., Marcelli D. Il bambino sovrano. Ed. Cortina. Milano, 2004, pag. 23.

2. Cf. Scabini E. Ruolo educativo della famiglia e sistema formativo. Relazione presentata alla Conferenza Nazionale della Famiglia: «Famiglia, storia e futuro di tutti», Milano, 8-10 novembre 2010, pag. 5.

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Peccato e Riconciliazione (terza parte)

adam-and-eve-798376_1920Premessa

I brani biblici riportati in questo articolo sono tratti dalla Bibbia, con il testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI); tra parentesi propongo una mia personale interpretazione che non è un esegesi magisteriale. Tuttavia, non si pensi che si tratti di invenzioni, piuttosto, è un aiuto a capir meglio il significato intrinseco del contesto. Il metodo usato si fonda sullo studio etimologico di termini biblici che hanno conosciuto uno sviluppo interpretativo nell’uso e nel tempo. Al di là del mio commento, però, i lettori sono comunque vincolati all’interpretazione che il Magistero della Chiesa propone nella sua Tradizione.

Il peccato originale

Sul nostro tema, il Catechismo della Chiesa Cattolica (da ora, CCC), sottolinea dei punti essenziali. Innanzitutto, il «peccato originale» è chiamato peccato in modo analogico. Di fatto, è un peccato «contratto», non «commesso». Si tratta, cioè, di uno «stato», non di un «atto» (Cf. CCC n. 404). Per questo motivo preferisco definire il peccato originale come: «scelta volontaria originale».
Volendo approfondire il tema in un approccio antropologico, il CCC afferma: «Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia, nessuno sfugge all’esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale» (CCC n. 385). Da dove viene il male morale?
Nel tentativo di dare una risposta, ci affidiamo ancora al Catechismo: «La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato» (CCC n. 387). Si capisce, dunque, che se vogliamo afferrare il senso del problema del male nella vita umana (e il tema del peccato più in generale) dobbiamo interrogare la Rivelazione, poiché comprendere dipende dalla conoscenza che l’uomo ha di Dio.
Ebbene, all’inizio della creazione, «il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”» (Gn 2,16-17).

Per evitare incomprensioni, ancora presenti anche a livello catechetico, diciamo subito che la proibizione di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male sta a indicare che l’uomo non può (non deve) pensare di essere lui la misura di tutto.
Posteriore al comando divino, dinanzi all’uomo appare una tetra figura: «l’angelo decaduto». Si tratta di uno spirito angelico che aveva ricevuto da Dio il compito di portare la luce divina all’umanità. Questo spirito, però, volontariamente decise di non obbedire. Di conseguenza si perverte, cioè: si dispone nel rapporto con Dio in modo radicalmente diverso dalla sua origine, diventa la «tenebra» nell’illusione di opporsi al Progetto Creativo.
Cacciato dalla dimensione angelica, è condannato a stare sulla terra fino alla venuta del Cristo. Quando Dio crea l’uomo, questo spirito proietta il suo odio sulla creatura più amata da Dio, ed esplicitamente si trasforma in tenace e accanito nemico dell’umanità. Così, dopo aver trascinato (con sé) l’uomo alla corruzione (nel peccato originale), assume il ruolo di accusatore delle debolezze umane dinanzi a Dio, diventando il «satana».
Dinanzi al comando che l’uomo ha ricevuto da Dio, come agisce satana? Si pone in un atteggiamento disonesto. Abusa dell’umanità avvalendosi illecitamente della propria superiorità: «Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto (satana è posto tra le bestie selvatiche, cioè, tra coloro che si ribellano a Dio) e disse alla donna (femmina): “È vero che Dio ha detto: Non dovete (usare) mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna (femmina) al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo (usare) mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino (al centro) Dio ha detto: Non dovete mangiarne (accostarvi/usare) e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna (femmina): “Non (è vero, non) morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste (vi accostaste) si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male (chi conosce il bene è il male, ha la saggezza, di conseguenza possiede il potere sulle creature)”. Allora la donna (femmina) vide che l’albero era buono (non era pericoloso) da mangiare (usare), gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza (cominciò a desiderarlo per acquistare potere); prese del suo frutto e ne mangiò (si accostò all’albero, usò), poi ne diede anche al marito (al suo maschio), che era con lei, e anch’egli ne mangiò» (Gn 3,1-6).

Prima di continuare è necessario comprendere che ci troviamo, chiaramente, davanti ad un evento narrato in forma simbolica, anche se si tratta di un fatto reale. Può essere che tutti i dettagli non siano chiari, ma sappiamo che questo evento ha avuto luogo, segnando (purtroppo) tutta la storia dell’umanità.
Avendo aderito alla proposta del proprio nemico, anche l’uomo (natura umana) si trova in una condizione di disobbedienza. Così nell’esercizio del suo dominio sul creato – «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose in Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2, 15) –, l’uomo scopre il proprio fallimento e capisce di essere nudo, cioè si rende conto di non avere più qualcosa addosso: «gli è stata tolta la grazia preternaturale». Gli è stata tolta, perché disobbedendo ha rifiutato la relazione con Dio rinunciando, così, a ciò che Dio gli aveva partecipato. La prima conseguenza, prodotta dal peccato originale, è un’alterazione del progetto di Dio. «Udirono il rumore dei passi del Signore Dio […], e l’uomo, con sua moglie, si nascose (e il maschio e la sua femmina si nascosero) dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo (il maschio) e gli disse: “Dove sei?” (Dove ti trovi, ora?). Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Ho paura, perché mi trovo nella nudità e mi nascondo da te). (Dio) Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?” (Ti sei accostato all’albero di cui ti avevo comandato di non usare/prendere?). Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, (la femmina che tu mi hai messo accanto me ne ha dato). Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?” (Perché lo hai fatto?). Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato” (un nemico mi ha ingannata e io ho scelto di prendere)» (Gn 3,8-13).

Conseguenze del peccato originale

Con il peccato originale «l’uomo ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato» (Cf. CCC n. 397).
Poiché tra gli esseri intelligenti ogni scelta ha sempre una conseguenza, ecco che dinanzi alla scelta dei progenitori, Dio – avendo creato la natura umana libera – non può far altro che rispettare la decisione umana. Tuttavia, tale decisione (per la natura umana) diventa un’auto-condanna. Difatti, l’uomo, distanziandosi da Dio deve restituire ciò che non gli appartiene, ossia: la grazia preternaturale.
La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche della disobbedienza umana in questi termini: i nostri progenitori «perdono immediatamente la grazia della santità originale. Hanno paura di quel Dio di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie virtù» (Cf. CCC n. 399). A questo punto nel prendere la parola, Dio illustra cosa avverrà della realtà del creato dopo la scelta originaria. Innanzitutto, si rivolge al nemico dell’umanità (satana), dicendo: «”Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame (sarai tra le bestie. Cioè, il tuo posto non è più tra le creature superiori, ma tra quelle inferiori) e fra tutti gli animali selvatici! (La tua natura si situa nella ribellione). Sul tuo ventre camminerai (calpesterai la tua dignità) e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita (come a dire, di tutto ciò che penserai di possedere ti resterà polvere nelle mani) (Gn 3,14). Nel brano successivo, Dio proclama solennemente (sia al demonio, sia agli uomini) la decisione di prendersi cura di ricostituire un tempo di grazia in funzione della salvezza dell’uomo dalla sua misera condizione: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3, 15).

Con la scelta originaria, la condizione umana sarà piena di dolore, di lotta tra i due sessi per prevalere uno sull’altro: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli (a te stessa). Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà” (Cf. Gn 3, 16). La natura si ribellerà al dominio e allo sfruttamento da parte dell’uomo: «maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!”» (Cf. Gn 3, 17-19).

Concludiamo questa terza catechesi con una sintesi tratta dal CCC che afferma: «L’armonia nella quale l’uomo era posto, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell’anima sul corpo è infranta; l’unione del maschio e della femmina è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all’asservimento. L’armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata estranea e ostile all’uomo; soggetta alla schiavitù della corruzione. Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell’ipotesi della disobbedienza si realizzerà: l’uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. La morte entra nella storia dell’umanità» (Cf. CCC n. 400).
Dunque, si capisce che con il peccato originale, i progenitori sono privati della grazia preternaturale. Da quel momento, ai loro figli (genere umano) trasmetteranno solo una natura senza la grazia. Non dimentichiamo, però, che «la trasmissione del peccato originale resta ancora un mistero che non possiamo comprendere appieno» (CCC n. 404).
Infine, diamo una definizione del peccato originale (scelta originale). «Esso è l’atto con cui l’uomo rifiuta la relazione con Dio, non usando, ma abusando della libertà che Dio gli aveva dato e che sarebbe dovuta servire per scegliere di amarlo» (Cf. CCC n. 397).

…continua

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Chiarimenti

cyprus-2977491_1920Rispondo ad alcune osservazioni ricevute da una lettrice inerenti al contenuto dell’articolo «La Trinità». Potete leggere il suo commento, in fondo all’articolo «In che razza di mondo».

Carissima. Ho notato che nelle tue osservazioni è contenuto molto materiale preso dalla rete. Probabilmente ti è servito per esprimere le tue idee. Approfitto del fatto, per consigliare a tutti di citare, sempre, le fonti utilizzate. Soprattutto, quando il vostro testo sarà pubblicato ma non è originale, oppure quando non si è autori di ciò che si afferma. Citare, serve a rispettare il copyright (proprietà letteraria e/o intellettuale).
Detto questo, sarebbe stato meglio se avessi citato il sito https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/2009804 – della «Biblioteca online Watchtower» (portale di Torre di Guardia dei Testimoni di Geova) – da cui proviene un’ampia parte del tuo commento e di cui, immagino, non sia tu l’autrice.
Ora, poiché ho difficoltà a trovare una linearità nel commento, mi si è reso necessario dividere per punti le tue osservazioni e, quindi, per punti risponderò.

  1. Circa la prima osservazione in cui mi chiedi d’indicarti nella Bibbia il versetto che conferma una mia affermazione, ti rimando alla lettura dell’articolo «Ma la Bibbia lo dice, oppure no?», archiviato su «Questioni teologiche», tra le pagine di questo Blog.
  2. Sono andato a leggere pagina 299, del IV volume di New Catholic Encyclopedia. Immagino che tu non l’abbia fatto, poiché se l’avessi letta, ti saresti accorta che affermo gli stessi concetti. D’altra parte, entrambi, attingiamo (com’è dovere per ogni cattolico) alla Tradizione, alla Dottrina della chiesa e al Magistero.
  3. Ti ringrazio per aver riportato il testo, dalla «Biblioteca online Watchtower», perché mi permette di obiettarne la veridicità. Di fatto, lo ritengo falso e tendenzioso. Innanzitutto, preciso che i cattolici come unico testo di riferimento, ufficiale e autorevole, riguardo i Concili e i Documenti della Chiesa, utilizzano solo e sempre il: «Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum», comunemente chiamato con il nome degli ideatori: Denzinger-Schönmetz. C’è poi da dire che l’autore dell’articolo apparso sulla biblioteca della Torre di Guardia, afferma arbitrariamente qualcosa senza citare la fonte. Ti assicuro che ho cercato un documento ufficiale a conferma di quanto si dice dell’imperatore Costantino, ma non ho trovato nulla. Ciò che risulta, è che al Concilio di Nicea del 325, l’imperatore Costantino non era presente. Forse nella tua osservazione volevi dire che è stato da lui convocato. Inoltre, c’è da aggiungere che è errato asserire che fu quel Concilio ad adottare il dogma trinitario; ciò avvenne soltanto a conclusione del Primo Concilio Costantinopolitano del 381, convocato dall’imperatore Teodosio I. Infine, pur con buona volontà, non sono riuscito a trovare nessuna fonte che confermi l’affermazione che i Padri conciliari siano stati in qualche modo vessati dall’imperatore o da chissà chi altri per accettare la formula dogmatica sulla Trinità. Pertanto ritengo anche questa un’interpretazione arbitraria.
  4. Dici che il dogma trinitario è un’invenzione del IV secolo. Hai ragione! Ricorda, però, che «inventio» non è una parola a valenza negativa come a dire che una cosa “inventata” sia di secondo ordine o di qualità scadente. Inventare, nella sua etimologia originaria (e attuale), significa scoprire qualcosa. La scoperta, poi, rimanda sempre a studi seri e approfonditi. Questo, è accaduto anche per il dogma trinitario. D’altra parte Gesù lo aveva predetto è previsto: «Disse Gesù ai suoi discepoli: “molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
    Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”» (Gv 16, 1213).
  5. Hai riportato delle citazioni, interpretandole in senso negativo per negare la Trinità. Eppure se le leggi in sintonia e in continuità con Tradizione e Magistero della Chiesa esse, non negano, ma affermano. Di seguito riporto alcuni dei molti brani in cui è più evidente il tema trinitario: «Il Figlio non può far nulla da se stesso, se non ciò che ha veduto fare dal Padre; perché tutte le cose che fa lui, le fa, allo stesso modo, anche il Figlio» (Gv 5,19). Filippo chiede: «Mostraci il Padre e ci basta». Il Maestro pazientemente dice al discepolo: «Da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto? Chi vede me, vede il Padre. E come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre in me?» (cf. Gv 14, 6-8). «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11). «Tu sei in me Padre ed io in te» (Gv 17,21). «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà» (Gv 16,13-15).
  6. Non ho mai affermato che Padre e Figlio e Spirito Santo, siano un’unica persona, perché non sarebbe vero. Inoltre, ribadisco che la Trinità resta, comunque, un «mistero», dove (in questo caso), mistero significa «rivelazione». Infine, credimi, non basta leggere la Bibbia per comprendere il mistero di Dio. Occorre saperla leggere, e senza il dono illuminante dello Spirito Santo, insieme a un’adeguata preparazione filosofico teologica, alla Bibbia possiamo far dire tutto e il contrario di tutto ne abbiamo esperienza con alcune sette religiose e protestanti.

Grazie.

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