FAMIGLIA ED EDUCAZIONE (quinta parte)


school-1782427_1280Educazione o Edificazione?
Concludiamo la nostra riflessione sul tema educativo biblico di «edificazione».

Comunione
Se guardiamo alla pedagogia divina, Dio usa sempre il medesimo approccio. Egli stabilisce un rapporto di «comunione» con la persona. In senso biblico comunione significa: unione con qualcuno affinché si realizzi una comunicazione, ossia un’azione (univoca) fatta insieme. Senza comunione, in qualunque tipo di rapporto verrebbe a mancare la «comunicazione». Lo stesso si può dire riguardo al progetto educativo. Infatti, se tra genitori e figli non c’è comunione, diventa impossibile comunicare gli elementi educativi. Occorre, perciò, stabilire il contatto (unitivo) per intervenire, affinché il figlio esprima le proprie potenzialità in azione. Di conseguenza di ciò, i genitori (o gli educatori) sono chiamati a guidare e formare il giovane, per renderlo capace di agire moralmente bene.
Tuttavia, a essere precisi, se l’educatore vuole che il soggetto da educare (figlio, studente, atleta, ecc.) agisca moralmente bene, deve possedere, per sé, la consapevolezza dei valori assoluti e relativi da seminare nel cuore della persona. Chi ha coscienza dei valori, possiede la fecondità educativa e ciò che semina matura il carattere del soggetto da educare.
Può certamente sorgere qualche dubbio sui valori da trasmettere, in questo caso sarà utile riferirsi alle norme naturali del bene. Sono presenti in tutti gli esseri umani, riassunti nel concetto di «legge morale naturale» carica d’informazioni fondamentali che aiutano la persona a crescere e maturare in equilibrio. Una volta che i genitori (educatori) giungono a una chiarezza personale sui valori fondamentali da insegnare, occorre sgombrare il cuore del figlio da qualsiasi atteggiamento contrario al giusto equilibrio psichico-spirituale. Senza questo svuotamento, fatto con pazienza e perseveranza (come fosse un allenamento quotidiano), non è possibile mettere nel giovane il giusto dinamismo per una sana crescita.

Relazione
Alla base di un atteggiamento educativo importante, c’è la «relazione». In una giusta relazione, il figlio saprà apprezzare l’azione educativa e i genitori potranno assaporare la bontà della crescita nei loro figli. La relazione serve anche a fornire una serie di dati comportamentali che sostengono l’individuo nel momento dell’incontro con le difficoltà dello sviluppo.
Nella relazione educativa, una cosa da tenere in conto è questa: «ogni azione edificante, è una proposta (domanda) orientata a un soggetto che si troverà sempre nella condizione di aderire o rifiutare (risposta). Pertanto, la relazione genitore/figlio deve diventare un’azione responsabile, cioè: a ogni valore educativo proposto ne deve conseguire, sempre una risposta, senza la quale l’edificazione non va avanti. La Sacra Scrittura è piena di esempi di questo metodo. Il Signore entra in comunione con l’uomo e lo inserisce nel suo progetto educativo. Inserisce nel suo cuore valori fondamentali, colloca nella sua razionalità dati e informazioni, per mezzo dei quali (l’uomo) può giungere alla piena conoscenza della realtà e scegliere se aderire al progetto o rifiutarlo, e la risposta umana passa sempre attraverso l’uso della libertà e della volontà. Questo, è il percorso che anche noi dobbiamo seguire con i nostri figli o con i vari soggetti da educare.
Non ho dubbi (e qui lo affermo) che, solo attraverso lo studio e l’insegnamento del metodo edificativo biblico si possa giungere a una svolta per un futuro migliore. Anche perché, il tipo di educazione proposta dalla cultura post-moderna e contemporanea, ha mostrato una certa incapacità nel formare le persone. Chi vuol comprendere sa’ che gli attuali metodi pedagogici umani finiscono per svuotare di significato, di senso e di valore il cuore e la mente dei giovani, i quali non sono in grado di maturare senza punti fermi nella loro vita. Di fatto finiscono per attingere alla cultura del nulla e della menzogna. I risultati li conosciamo già. C’è da dire che, lungo l’arco della storia umana, ci sono sempre stati modelli educativi umani molto validi. Essi vorrebbero aiutare il soggetto a fondare la propria vita sui valori assoluti, base su cui poggiare quelli relativi che fondano l’azione sociale, ma sono stati sempre esclusi (eliminati) dalla cultura dominante.

I «no» che fanno crescere
Ritornando al rapporto genitori/figli, c’è da notare un particolare problema. Chi spende energie nell’educare, spesso prova l’amarezza (difficoltà) di non sapere come agire nei confronti dei figli (soprattutto nella primissima infanzia, momento in cui il soggetto umano è più capace di apprendere e far proprie le emozioni da sviluppare nella crescita). Per superare questa difficoltà, contrariamente a quanto la cultura dominante insegna, i genitori devono recuperare l’uso di una parola chiave.
Le parole chiavi offrono, in particolare al bambino, un modo chiaro per riconoscere quale azione compiere in forma responsabile. La Scrittura c’insegna un termine che ha un fondamentale ruolo educativo, la parola è: «No».
Purtroppo, oggi, i genitori (educatori) vedono nel «no», una forma di privazione nei confronti dei soggetti da educare. La conseguenza, è che la struttura educativa dove tutto è permesso (nella falsa convinzione che poi crescendo si possano cambiare le cose) si allontana dall’edificazione e porta alla violenza.
La pedagogia afferma che il carattere della persona si forma nei primi anni della vita. In questi anni, tutti gli elementi che un bambino riesce ad accumulare formano il bagaglio di dati che poi (l’esperienza) trasformerà in maturità psico-fisico-caratteriale.
Un bambino abituato ad agire in tutta libertà, dove il concetto significa: «faccio come mi pare», è possibile che diventi un adulto immaturo e violento, perché incapace di riconoscere che il proprio spazio d’azione non deve (e non può) mai invadere lo spazio dell’altro. Insomma, l’uomo non è libero perché può fare ciò che gli pare, ma lo è per liberarsi dai propri egoismi per riuscire a fare ciò che deve, ciò che è bene.
Dunque, sembra ovvio, che bisogna saper dire anche no! Eppure ciò che è ovvio non sempre è subito comprensibile. D’altra parte il pensiero comune c’insegna che il “no” è una violenza, così prolifera l’attività clinica di tanti psicologi (anche molti sacerdoti) chiamati ad aiutare quelle famiglie (numerosissime) le cui situazioni di disagio sono dovute all’assenza dei «no che fanno crescere».
Dire «no», non significa essere insensibili, violenti o rifiutare l’altro. Il «no» è il contrappeso della bilancia educativa che oggi pende solo dal lato del “sì” incondizionato. Ricordiamo che il «no», è importante quanto il «sì». Le due parole sono complementari, riserva di energia emotiva che fonda l’autorevolezza dell’educatore.

Diritti e doveri
Finalmente, un altro aspetto fondante dell’edificazione risiede nell’insegnamento dei diritti e dei doveri. Non va da nessuna parte, e non si realizza mai, chi non conosce di avere diritti e non compie i suoi doveri.

Nel rimandare alla lettura del prossimo articolo che sarà la conclusione del nostro excurus sul tema educativo, termino consigliando una bella lettura sul tema: «I no che aiutano a crescere» di Asha Phillips, ed. Feltrinelli.

Continua…

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Informazioni su donseb

Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
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