Peccato e Riconciliazione (terza parte)


adam-and-eve-798376_1920Premessa

I brani biblici riportati in questo articolo sono tratti dalla Bibbia, con il testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI); tra parentesi propongo una mia personale interpretazione che non è un esegesi magisteriale. Tuttavia, non si pensi che si tratti di invenzioni, piuttosto, è un aiuto a capir meglio il significato intrinseco del contesto. Il metodo usato si fonda sullo studio etimologico di termini biblici che hanno conosciuto uno sviluppo interpretativo nell’uso e nel tempo. Al di là del mio commento, però, i lettori sono comunque vincolati all’interpretazione che il Magistero della Chiesa propone nella sua Tradizione.

Il peccato originale

Sul nostro tema, il Catechismo della Chiesa Cattolica (da ora, CCC), sottolinea dei punti essenziali. Innanzitutto, il «peccato originale» è chiamato peccato in modo analogico. Di fatto, è un peccato «contratto», non «commesso». Si tratta, cioè, di uno «stato», non di un «atto» (Cf. CCC n. 404). Per questo motivo preferisco definire il peccato originale come: «scelta volontaria originale».
Volendo approfondire il tema in un approccio antropologico, il CCC afferma: «Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia, nessuno sfugge all’esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura – che appaiono legati ai limiti propri delle creature – e soprattutto al problema del male morale» (CCC n. 385). Da dove viene il male morale?
Nel tentativo di dare una risposta, ci affidiamo ancora al Catechismo: «La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci dà, non si può riconoscere chiaramente il peccato» (CCC n. 387). Si capisce, dunque, che se vogliamo afferrare il senso del problema del male nella vita umana (e il tema del peccato più in generale) dobbiamo interrogare la Rivelazione, poiché comprendere dipende dalla conoscenza che l’uomo ha di Dio.
Ebbene, all’inizio della creazione, «il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”» (Gn 2,16-17).

Per evitare incomprensioni, ancora presenti anche a livello catechetico, diciamo subito che la proibizione di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male sta a indicare che l’uomo non può (non deve) pensare di essere lui la misura di tutto.
Posteriore al comando divino, dinanzi all’uomo appare una tetra figura: «l’angelo decaduto». Si tratta di uno spirito angelico che aveva ricevuto da Dio il compito di portare la luce divina all’umanità. Questo spirito, però, volontariamente decise di non obbedire. Di conseguenza si perverte, cioè: si dispone nel rapporto con Dio in modo radicalmente diverso dalla sua origine, diventa la «tenebra» nell’illusione di opporsi al Progetto Creativo.
Cacciato dalla dimensione angelica, è condannato a stare sulla terra fino alla venuta del Cristo. Quando Dio crea l’uomo, questo spirito proietta il suo odio sulla creatura più amata da Dio, ed esplicitamente si trasforma in tenace e accanito nemico dell’umanità. Così, dopo aver trascinato (con sé) l’uomo alla corruzione (nel peccato originale), assume il ruolo di accusatore delle debolezze umane dinanzi a Dio, diventando il «satana».
Dinanzi al comando che l’uomo ha ricevuto da Dio, come agisce satana? Si pone in un atteggiamento disonesto. Abusa dell’umanità avvalendosi illecitamente della propria superiorità: «Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto (satana è posto tra le bestie selvatiche, cioè, tra coloro che si ribellano a Dio) e disse alla donna (femmina): “È vero che Dio ha detto: Non dovete (usare) mangiare di alcun albero del giardino?”. Rispose la donna (femmina) al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo (usare) mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino (al centro) Dio ha detto: Non dovete mangiarne (accostarvi/usare) e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna (femmina): “Non (è vero, non) morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste (vi accostaste) si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male (chi conosce il bene è il male, ha la saggezza, di conseguenza possiede il potere sulle creature)”. Allora la donna (femmina) vide che l’albero era buono (non era pericoloso) da mangiare (usare), gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza (cominciò a desiderarlo per acquistare potere); prese del suo frutto e ne mangiò (si accostò all’albero, usò), poi ne diede anche al marito (al suo maschio), che era con lei, e anch’egli ne mangiò» (Gn 3,1-6).

Prima di continuare è necessario comprendere che ci troviamo, chiaramente, davanti ad un evento narrato in forma simbolica, anche se si tratta di un fatto reale. Può essere che tutti i dettagli non siano chiari, ma sappiamo che questo evento ha avuto luogo, segnando (purtroppo) tutta la storia dell’umanità.
Avendo aderito alla proposta del proprio nemico, anche l’uomo (natura umana) si trova in una condizione di disobbedienza. Così nell’esercizio del suo dominio sul creato – «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose in Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2, 15) –, l’uomo scopre il proprio fallimento e capisce di essere nudo, cioè si rende conto di non avere più qualcosa addosso: «gli è stata tolta la grazia preternaturale». Gli è stata tolta, perché disobbedendo ha rifiutato la relazione con Dio rinunciando, così, a ciò che Dio gli aveva partecipato. La prima conseguenza, prodotta dal peccato originale, è un’alterazione del progetto di Dio. «Udirono il rumore dei passi del Signore Dio […], e l’uomo, con sua moglie, si nascose (e il maschio e la sua femmina si nascosero) dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo (il maschio) e gli disse: “Dove sei?” (Dove ti trovi, ora?). Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Ho paura, perché mi trovo nella nudità e mi nascondo da te). (Dio) Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?” (Ti sei accostato all’albero di cui ti avevo comandato di non usare/prendere?). Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, (la femmina che tu mi hai messo accanto me ne ha dato). Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?” (Perché lo hai fatto?). Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato” (un nemico mi ha ingannata e io ho scelto di prendere)» (Gn 3,8-13).

Conseguenze del peccato originale

Con il peccato originale «l’uomo ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato» (Cf. CCC n. 397).
Poiché tra gli esseri intelligenti ogni scelta ha sempre una conseguenza, ecco che dinanzi alla scelta dei progenitori, Dio – avendo creato la natura umana libera – non può far altro che rispettare la decisione umana. Tuttavia, tale decisione (per la natura umana) diventa un’auto-condanna. Difatti, l’uomo, distanziandosi da Dio deve restituire ciò che non gli appartiene, ossia: la grazia preternaturale.
La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche della disobbedienza umana in questi termini: i nostri progenitori «perdono immediatamente la grazia della santità originale. Hanno paura di quel Dio di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie virtù» (Cf. CCC n. 399). A questo punto nel prendere la parola, Dio illustra cosa avverrà della realtà del creato dopo la scelta originaria. Innanzitutto, si rivolge al nemico dell’umanità (satana), dicendo: «”Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame (sarai tra le bestie. Cioè, il tuo posto non è più tra le creature superiori, ma tra quelle inferiori) e fra tutti gli animali selvatici! (La tua natura si situa nella ribellione). Sul tuo ventre camminerai (calpesterai la tua dignità) e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita (come a dire, di tutto ciò che penserai di possedere ti resterà polvere nelle mani) (Gn 3,14). Nel brano successivo, Dio proclama solennemente (sia al demonio, sia agli uomini) la decisione di prendersi cura di ricostituire un tempo di grazia in funzione della salvezza dell’uomo dalla sua misera condizione: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3, 15).

Con la scelta originaria, la condizione umana sarà piena di dolore, di lotta tra i due sessi per prevalere uno sull’altro: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli (a te stessa). Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà” (Cf. Gn 3, 16). La natura si ribellerà al dominio e allo sfruttamento da parte dell’uomo: «maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!”» (Cf. Gn 3, 17-19).

Concludiamo questa terza catechesi con una sintesi tratta dal CCC che afferma: «L’armonia nella quale l’uomo era posto, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell’anima sul corpo è infranta; l’unione del maschio e della femmina è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all’asservimento. L’armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata estranea e ostile all’uomo; soggetta alla schiavitù della corruzione. Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell’ipotesi della disobbedienza si realizzerà: l’uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. La morte entra nella storia dell’umanità» (Cf. CCC n. 400).
Dunque, si capisce che con il peccato originale, i progenitori sono privati della grazia preternaturale. Da quel momento, ai loro figli (genere umano) trasmetteranno solo una natura senza la grazia. Non dimentichiamo, però, che «la trasmissione del peccato originale resta ancora un mistero che non possiamo comprendere appieno» (CCC n. 404).
Infine, diamo una definizione del peccato originale (scelta originale). «Esso è l’atto con cui l’uomo rifiuta la relazione con Dio, non usando, ma abusando della libertà che Dio gli aveva dato e che sarebbe dovuta servire per scegliere di amarlo» (Cf. CCC n. 397).

…continua

Annunci

Informazioni su donseb

Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
Questa voce è stata pubblicata in Catechesi. Contrassegna il permalink.