Sapere e Sapore


L’origine della parola «sapere» trova la sua radice nel termine «sapore», con il quale intendiamo esprimere il gusto di qualcosa. Anticamente, al sapere si associava la parola «conoscenza», il più delle volte nel significato di «saggezza», cioè, la capacità che ha la conoscenza di formulare un giudizio esatto. Perciò, era sapiente colui che aveva imparato a conoscere (soprattutto a livello esperienziale) persone e cose. Dove esiste questo tipo di sapere, se applicato alla propria vita, vi è benessere psico-fisico.
Oggi, però, viviamo nell’era tecnologica in cui la saggezza ha perso il suo tratto distintivo e il progresso ha trasformato il sapere in «apprendimento massificato d’informazioni» da archiviare (proprio come fa il computer).
Il cambiamento culturale è dovuto al declino dell’Istituzione scolastica. La Scuola, infatti, è passata dall’essere “maestra di vita” al ruolo di distributrice di nozioni. Questo è frutto di un “pensiero debole” che propone l’insegnamento “oggettivo” indirizzato al bene di tutti che finisce, però, per rinunciare alla trasmissione degli strumenti utili alla formulazione di un giudizio esatto. Giudizio necessario per dare alle persone, l’autonomia verso le scadenti proposte della cultura contemporanea che, spesso, equivalgono al modo di pensare, più basso, della massa.
La scuola, dunque, “fornisce” dati, serie di nozioni che conducono alla moltiplicazione del sapere. Basti vedere la vastità dei percorsi di studio offerte dalle Università. La moltiplicazione del sapere, però, in realtà, né provoca la «frammentazione». Si entra necessariamente nell’ambito delle specializzazioni, la cui conseguenza è visibile nel mondo del lavoro. Abbiamo, infatti, “specialisti di specialità” che mancando di un sapere generale (universale), si trovano in evidente difficoltà qualora subentri un fattore d’incognita. Pensiamo ai problemi in campo medico.
La frammentazione del sapere, dunque, toglie autonomia al soggetto e lo porta all’impossibilità di sviluppare quella conoscenza universale che, da sola, può far apprezzare le situazioni, grazie alla maturità del proprio pensiero. In altre parole, il sapere contemporaneo ha perso la caratteristica di «saggezza» in favore della «conoscenza». Oggi ci si avvale di diverse tipologie d’intelligenza, utili ad accumulare un enorme patrimonio di nozioni e dati, ma incapace d’interpretarli, di collegarli e, soprattutto, di trasmetterli ad altri soggetti.
A risentire di questa nuova frontiera del sapere sono le relazioni interpersonali. Gli uomini hanno bisogno di saggezza, per vivere insieme, non di nozioni. Altrimenti, i dati (che sono interpretabili) saranno capiti da ciascuno attraverso competenze che, lontani dal sapere e dall’esperienza, porteranno alla formazione di diverse “verità”. La conseguenza di ciò, è lo sganciamento dal reale che confluisce nella solitudine. Infatti, se non c’è una Verità assoluta a garanzia delle interpretazioni dei dati ricevuti dai singoli individui, esisteranno diverse verità che senza un garante, allontanano piuttosto che unire le persone.
Essere saggi dunque, può essere la nuova frontiera in cui sviluppare sane relazioni e risolvere i problemi dell’umanità futura.

Annunci

Informazioni su donseb

Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
Questa voce è stata pubblicata in Luce e Sale. Contrassegna il permalink.