Verità nell’uomo e nel cristiano


250px-GiovannixxiiiNel radiomessaggio del Natale del 1960, Papa Giovanni XXIII, esordisce con queste parole: «Vidimus gloriam eius: gloriam quasi Unigeniti a Patre plenum gratiae et veritatis»; «Abbiamo visto la sua gloria, gloria dell’Unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità».
Di seguito aggiunge qualcosa che – in genere dai cristiani, soprattutto quelli impegnati nelle comunità parrocchiali e negli organismi sociali e politici del Paese – è stato disatteso lungo l’arco di più di mezzo secolo e che, invece, è diventata un’esigenza del nostro tempo.
Disse allora il Papa: «Il versetto s’ispira al primo capitolo del Vangelo di San Giovanni, a quel prologo che canta il mistero e la realtà dell’unione più intima e sacra tra il Verbo di Dio e i figli dell’uomo, tra il cielo e la terra, tra l’ordine della natura e quello della grazia. Dice l’evangelista: “Nel principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… Tutte le cose per lui furono fatte… In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e la luce splende nella tenebra e la tenebra non la ricevette”». La luce che per mezzo di Gesù Cristo giungeva sulla terrà ebbe un testimone, quel Giovanni Battista chiamato a testimoniare la luce. Nel prologo l’evangelista si arresta sulle parole “grazia” e “verità”.
Dice il Papa: «La parola grazia è la prima che spunta sulle labbra angeliche annunzianti a Maria il divino mistero e indica la pienezza di grazia: Ave, gratia plena». Tuttavia, il Papa, sente elevare il suo spirito verso il tema della verità è prosegue dicendo: «Sant’Agostino, nel dare un nome al Verbo divino, lo chiama “Verità”, come Unigenito del Padre. Ebbene, per le anime riservate ai destini eterni, è naturale la ricerca e la scoperta della verità, che è l’oggetto primo dell’attività interiore dello spirito umano».
Stiamo parlando in questo contesto della verità con lettere maiuscole dal valore assoluto. Quella verità, dice Giovanni XXIII «che irrompe dal Verbo Divino, e illumina il passato, vivificando con i suoi raggi il presente; è come il respiro che dà sicurezza di vita avvenire».
Ciò che è più importante, però, è il fatto che il Papa ritiene che, «da parte dell’uomo, la conoscenza della verità rappresenta una responsabilità sacra e ben grave di cooperazione al disegno del Creatore, del Redentore, del Glorificatore». Tutto questo diventa vero, soprattutto nel cristiano che porta in sé, attraverso i Sacramenti, il segno dell’appartenenza alla famiglia di Dio.
Riprendendo la parola dell’evangelista San Giovanni, il Papa, rivela come interessante il tratto di Gesù con chi era pur riuscito a convertire: «Se voi resterete nella verità, veramente voi sarete miei discepoli: e voi conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». In quel contesto evangelico, la conversazione di Gesù con i suoi accusatori da interessante diventa terribile. Continua il Papa: «quando egli conduce i suoi interlocutori a conclusioni sconfortanti per ogni negatore della verità conosciuta: Se Dio fosse vostro padre, voi amereste anche me, perché io stesso vengo da Dio che mi ha mandato. Voi invece siete figli del diavolo e volete compiere i desideri di lui che è padre vostro». Le parole di Cristo mettono, infatti, ogni uomo di fronte alla sua responsabilità di accettare o respingere la verità. In tal senso si presenta il richiamo solenne di Giovanni XXIII a vivere nella verità, secondo questi doveri: pensare, onorare, dire e fare la verità.
Pensare la verità. «Avere idee chiare sulle grandi realtà divine e umane, della Redenzione e della Chiesa, della morale e del diritto, della filosofia e dell’arte. Avere idee giuste o cercare di formarsele con senso di coscienziosità e di retta intenzione. Si assiste purtroppo, pressoché quotidianamente, a una sconcertante leggerezza nel riferire le cose» caricandole di menzogna.
Onorare la verità. «Essere di esempio luminoso in tutti i settori della vita individuale, familiare, professionale e sociale. La verità ci rende liberi; essa nobilita chi la professa apertamente e senza rispetti umani. Perché dunque aver timore di onorarla e di farla rispettare? Perché scendere ad accomodamenti con la propria coscienza, accettando compromessi stridenti con la vita e la pratica cristiana, quando invece solo chi ha la verità dovrebbe essere convinto di avere con sé la luce, che dissipa ogni tenebra, e la forza trascinatrice che può trasformare il mondo? Non è colpevole soltanto chi deliberatamente sfigura la verità, ma lo è altrettanto chi, per timore di non apparire “moderno”, la tradisce con l’ambiguità del suo atteggiamento».
Dire la verità. «Ammonizione di stare lontano dalle bugie (la prima scuola della verità è la famiglia). Abitudine del cristiano, dalla parola pronta e aperta. Quando fosse necessario, con coraggio di martire e confessore; è questa la testimonianza, che il Dio della verità richiede a ciascuno dei suoi figli».
Fare la verità. «Essa è luce, nella quale deve immergersi tutta la persona, e che dà il tono alle singole azioni della vita. Essa è la carità che impegna all’esercizio dell’apostolato della verità, per diffonderne la conoscenza, per difenderne i diritti, per formare le anime — specialmente quelle aperte e generose della gioventù — a lasciarsene impregnare fin nelle intime fibre dell’animo».
Dopo aver proposto questi quattro ideali sulla verità e dinanzi allo spettacolo quotidiano del tradimento aperto o mascherato della verità, il Papa dice: «la Nostra voce trema. A vergogna di tutto e di tutti, veritas Domini manet in aeternum, la verità del Signore dura in eterno, e vuol sempre più risplendere innanzi agli occhi, ed essere ascoltata dai cuori. La constatazione sempre più grave della tempesta, che imperversa sul mondo e che minaccia l’ordine sociale, ma innanzitutto molte anime deboli ed incerte, ci sospinge a rivolgere la parola a chi ha più alta responsabilità dell’ordine pubblico e sociale, e ad invitarlo, in nome di Cristo, a mettersi una mano sul petto e a farsi onore nei giorni del generale pericolo. Diletti figli, non prestatevi mai alla contraffazione della verità: abbiatene orrore. Non servitevi dei meravigliosi doni di Dio per travolgere la naturale inclinazione dell’uomo alla verità, da cui s’innalza l’edificio della sua nobiltà e grandezza; non servitevene per sospingere a rovina le coscienze non ancora formate o vacillanti.
Abbiate il sacro terrore di diffondere quei germi, che dissacrano l’amore, dissolvono la famiglia, deridono la religione, scuotono le fondamenta dell’ordinamento sociale, che si regge sulla disciplina degli impulsi egoistici, e sulla fraternità concorde e rispettosa del diritto di ciascuno. Collaborate a rendere più pura e meno infetta l’aria che si respira, della quale le prime vittime sono i deboli; sappiate costruire con serena perseveranza e impegno instancabile le premesse per tempi migliori, più sani, più giusti, più sicuri».
Infine conclude il Papa: «Noi confidiamo in Dio e nella luce di Lui. Confidiamo negli uomini di buona volontà, contenti che le Nostre parole suscitino in tutti i cuori retti un palpito di virile generosità».
Speriamo, d’imparare la verità e che i cristiani siano davvero generosi con la verità.

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Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
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