Confronto tra scienziati


earth-1281025_1280«…ciò che di Dio si può conoscere è manifesto; Dio stesso lo ha manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Cf. Rm 1,19-20). 

Immagino che tutti conosciamo Umberto Veronesi e Antonino Zichichi. Medico, già ministro della salute, il primo, fisico e scienziato del CERN il secondo.
Entrambi ultimamente si sono espressi sul tema della fede e molte delle loro opinioni riportate sulle pagine di giornali, non sempre con la stessa intenzione da parte di chi le ha pubblicate. Infatti, mentre Veronesi si presta a essere strumentalizzato in favore del rifiuto di Dio. D’altra parte, Zichichi trova poco spazio pubblico perché ha scelto di testimoniare la sua fede di scienziato.
A mio parere, però, nessuno ha compreso che valutare le opinioni di entrambi dal punto di vista scientifico può essere uno sbaglio. Infatti, alla base delle espressioni di fede c’è sempre la coscienza non la scienza.
Ora, è vero che la persona non può fare a meno di giudicare la realtà partendo dal vissuto, ma diventa un limite partire da ciò che è immanente (che rientra nei limiti della conoscenza possibile), esperienze, sofferenze, gioie, senza lasciarsi illuminare da quanto possiamo intuire dal trascendente (tutto ciò che esiste fuori della realtà, da cui essa dipende. Per noi, anche la dimensione appropriata per parlare di Dio).
Il vero soggetto della conoscenza, dunque, è la coscienza. Essa però, per esprimere la verità, pur iniziando da un ragionamento (perfino) logico-scientifico, non può esimersi dal confronto con la luce che viene dalla fede. Infatti, dato l’oggetto della conoscenza, la premessa non può prendere le sue mosse da un valore immanente, quali scienza o ragione, essendo esse inferiori all’oggetto da conoscere, il quale, nella sua trascendenza, supera la ragione incapace di elevarsi verso l’infinito. Quindi, la persona che vuole parlare di fede deve esprimere sinceramente il contenuto della propria coscienza a partire dall’esperienza di Dio e non dal “giudizio su Dio” partendo dall’emozione che un esperienza sensibile pone nel proprio vissuto in senso negativo o positivo.
In altri termini, la fede si esprime attraverso l’esperienza (o l’inesperienza) di Dio, depositata nella coscienza e depurata dal sentimento emotivo vissuto in una determinata realtà. Da questo si forma la coscienza del credente o dell’ateo.
Nel nostro contesto, dunque, se ascoltiamo Veronesi, capiamo che la sua dichiarazione: «Allo stesso modo di Auschwitz, il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio», dipende dalle dolorose esperienze giovanili; dalla guerra; dall’incapacità di superare il dramma del male come medico in continuo contatto con la sofferenza. Dal canto suo Zichichi, afferma scientificamente che: «Se dietro la creazione c’è una logica ci deve essere anche un Autore», ma ha in suo favore un vissuto in cui non è mancata mai l’apertura ai «segni» di Dio. Ciò dimostra che la contemplazione (pur fisico-scientifica) della natura, aperta alla grazia, diventa via eletta per una chiara esperienza della presenza di Dio nel mondo e nella vita dell’umanità.
Vi lascio alla lettura di due stralci tratti da quotidiani da cui si dimostrano le mie affermazioni. 

Non Credo

«Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa. Sono sempre stato anticonformista, e questa mia natura mal si conciliava con l’integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino […].
A diciotto anni non volevo andare a combattere, ma finii in una retata e mi ritrovai con indosso un’uniforme che non aveva per me alcun valore e fui ben armato. Ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi: “Dov’era Dio ad Auschwitz?
La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro […].
Il dolore diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, soprattutto l’oncologo, abbia un rapporto speciale con il male. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia.
Ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore per la persona malata. Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del “non so”».
Umberto Veronesi

Credo

«Alle nove del mattino del giorno dedicato alla celebrazione di tutti i Santi (primo novembre 1755), il terrore si abbatté sulla splendida e ricca capitale del Portogallo. Una serie di scosse telluriche seguite da inondazioni e incendi devastarono la splendida Lisbona: diecimila i morti e tre quarti delle case distrutte. La catastrofe sconvolse l’Europa e Voltaire concluse che questa era la prova della non esistenza di Dio.
Nel secolo scorso, la follia politica ha causato milioni di vittime innocenti. Auschwitz e cancro sono due esempi di tragiche realtà. Una dovuta alla follia politica del nazismo, l’altra alla natura. Perché Dio non interviene per evitare il ripetersi di tante tragiche realtà? Nel secolo in cui viviamo, la potenza distruttiva nelle mani dell’uomo potrebbe cancellare qualunque segno di vita su questo piccolo e indifeso satellite del Sole.
Chi osservasse da una lontana galassia questa nostra navicella spaziale e ciò che in essa accade, dovrebbe concludere che la Terra deve produrre facilmente più esplosivi che cibo. Per ciascun abitante ci sono infatti migliaia di chili di potenza esplosiva e mancano quelle poche centinaia di chili di cibo per evitare che milioni di persone – ancora oggi – muoiano per fame.
Come se non bastasse, la potenza del calcolo elettronico è tale da poter mettere sotto controllo un numero di persone superiore a quello di tutti gli abitanti della Terra. Come la mettiamo con l’esistenza di Dio? Se la nostra esistenza si esaurisse nell’immanente, il discorso sarebbe chiuso qui.
Immanente vuol dire tutto ciò che i nostri cinque sensi riescono a percepire. Questi nostri cinque sensi sono il risultato dell’evoluzione biologica. C’è però un’altra forma di evoluzione che batte quella biologica: l’evoluzione culturale. L’evoluzione biologica della specie umana non avrebbe mai portato l’uomo a scoprire se esiste o no il supermondo, come facciamo al Cern. Né a viaggiare con velocità supersoniche. Né a vincere su tante forme di malattia che affliggevano i nostri antenati.
La nostra vita media ha superato gli 80 anni e le previsioni vanno oltre i cento anni, grazie alla scoperta che il mondo in cui viviamo è retto da leggi universali e immutabili. Nel “libro della natura”, aperto poco meno di quattro secoli fa da Galileo Galilei, mai una virgola è stata trovata fuori posto. La speranza all’uomo del terzo millennio, solo la scienza e la fede possono darla. Questa speranza ha due colonne. Nella sfera trascendentale della nostra esistenza la colonna portante è la fede. Nella sfera immanentistica della nostra esistenza la colonna portante è la scienza.
Noi siamo l’unica forma di materia vivente dotata della straordinaria proprietà detta ragione. È grazie a questa proprietà che è stata inventata la memoria collettiva permanente, meglio nota come scrittura. È così che possiamo sapere cosa pensava Voltaire sulla catastrofe naturale che distrusse Lisbona. Ed è sempre grazie alla scrittura che i nostri posteri potranno sapere cosa stiamo facendo noi avendo a disposizione la logica rigorosa teorica (meglio nota come matematica) e la logica rigorosa sperimentale (meglio nota come scienza).
La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, dall’universo sub-nucleare all’universo fatto con stelle e galassie. Se c’è una logica deve esserci un Autore. L’ateismo, partendo dall’esistenza di tutti i drammi che affliggono l’umanità, sostiene che se Dio esistesse queste tragedie non potrebbero esistere. Cristo è il simbolo della difesa dei valori della vita e della dignità umana. Che sia figlio di Dio è un problema che riguarda la sfera trascendentale della nostra esistenza.
Negare l’esistenza di Dio però equivale a dire che non esiste l’autore della logica rigorosa che regge il mondo. Tutto dovrebbe esaurirsi nella sfera dell’immanente la cui più grande conquista è la scienza. La scienza però non ha mai scoperto nulla che sia in contrasto con l’esistenza di Dio. L’ateismo, quindi, non è un atto di rigore logico teorico, ma un atto di fede nel nulla».

Antonino Zichichi

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Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
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