Jubilate Deo omnes gentes


rtx1xou3_1619970Papa Francesco, aprendo la «porta santa», ha dato inizio al Giubileo della Misericordia. Eppure, nonostante gli ampi spazi d’informazione, non tutti hanno ben compreso che cosa significa vivere l’evento giubilare.

Il Giubileo della Chiesa cattolica prende vita, per volere di papa Bonifacio VIII, nel Natale del 1299. L’idea del Papa fu quella di proporre la pace a un’Europa divisa da fazioni politiche (sembra oggi!) e trovava fondamento nella Sacra Scrittura. Sarà questo, dunque, il punto di partenza della mia riflessione.
Nel libro del Levitico (capitolo 25, versetti da 8 a 55), il popolo d’Israele considera l’esperienza di Dio vissuta nell’evento della liberazione dalla schiavitù egiziana. Qui, Israele entra in contatto con YHWH, certamente già conosciuto, ma non abbastanza. Difatti, solo dopo aver visto i prodigi operati da Dio, gli israeliti capiranno di essere davvero vincolati a lui. Di conseguenza saranno pronti a rispondere alla proposta di Alleanza ricevuta sul Sinai per mezzo di Mosè.
L’esperienza liberatrice formerà, nel popolo, la coscienza della propria piccolezza (essere creatura) nei confronti dell’onnipotenza infinità del Dio Creatore. Quest’esperienza è espressa con il concetto che «tutto appartiene a Dio». Ciononostante, il popolo eletto fa anche un’altra esperienza: quella del peccato. Ecco allora che il Giubileo ha lo scopo di cancellare tutto ciò che non concorda con il volere divino espresso attraverso la «Legge» e «l’Alleanza». In altre parole, si tratta della possibilità di riscrivere la storia di ciascuno e di tutti, secondo gli insegnamenti ricevuti da Dio.
«La terra appartiene a Dio» il quale la distribuisce equamente all’uomo che ne diventa «inquilino» (Lv 25,33). Chi per necessità s’è dovuto privare del suo possedimento, al 50° anno (Giubileo) ne torna in possesso. Anche l’uomo però è proprietà di Dio, perciò, chi per necessità si mette a servizio (schiavitù), allo stesso modo torna libero alla sua casa (Lv 25,10). Vi è poi la condanna di Dio degli interessi a usura, soprattutto se presi dai poveri (Lv 25, 36-37).
Qual è il messaggio? L’idea è questa: A nessuno è dato danneggiare il fratello (Lv 25,17). Pertanto, chi si trova nell’abbondanza deve comportarsi come fa Dio verso i bisognosi (Lv 25, 35).
Qual è il significato per il popolo? Semplice: Dio va temuto, cioè considerato nella sua grandezza e nella sua potenza liberatrice (solo Dio può salvare l’uomo).
Evidentemente le cose non andavano così in Israele: «Il popolo adorava Dio con le labbra, ma nel cuore aveva solo menzogna». Era frequente, infatti, l’impegno esteriore nel culto, mentre di dentro si coltivava il peccato (Com’è triste costatare che la storia si ripete anche oggi tra i cristiani, nuovo popolo). Per questo motivo i Profeti richiamavano continuamente il popolo a uscire dai riti: il Signore non vuole una serie di gesti liturgici privi di contenuto, ma il cuore dell’uomo. Non vuole sacrifici, ma opere di misericordia.
Nondimeno, se l’uomo non cambia il Signore stupisce tutti e, per bocca d’Isaia, promette che lui stesso verrà a proclamare «l’anno di grazia», il vero Giubileo (Is 61,1-2).
Dio lo fa davvero in Gesù Cristo. Il Figlio ricolmo di Spirito Santo è venuto a inaugurare il vero anno di grazia del Signore.
Cominciato a Nazareth 2016 anni fa con la sua incarnazione (il Giubileo) in realtà non è mai finito. Per il credente, dunque, è sempre tempo di grazia.
A questo punto spostiamo la riflessione sul comportamento che Gesù ebbe nell’inaugurare l’anno di misericordia. Innanzitutto, Gesù resta sulla linea dei Profeti chiamando i suoi contemporanei (e noi oggi) a un cambio di mentalità. Ha proclamato ai prigionieri la liberazione, ha ridato la vista ai ciechi e rimesso in libertà gli oppressi. Ha annunciato ai poveri il lieto annuncio che ci mostra il rapporto nuovo, filiale, con il Padre (Cf. Is 61, 1-2).
Da questo atteggiamento di Gesù Cristo, la Chiesa ne ricava la propria Dottrina sociale, mentre per tutti noi – chiamati nella Chiesa ad aderire a Cristo e ai suoi insegnamenti – ne derivano alcune norme di comportamento che, se vissute davvero, possono dare una svolta alla nostra esistenza.
Alla luce di quanto detto finora la proposta che faccio è questa: «Non soffermiamoci al puro fatto estetico, non miriamo semplicemente all’indulgenza; non alla visita delle chiese cattedrali. Piuttosto, impariamo ad agire da veri cristiani. Cominciamo col prendere coscienza della nostra prigionia (il peccato), ma facciamolo nel pentimento. Convertiamoci alla gioia sapendo che Cristo viene a proclamare la nostra liberazione. Continuiamo, nell’esperienza del perdono ricevuto, col perdonare agli altri. Questa è misericordia vera.
Liberiamo chi è oppresso dai nostri affetti interessati, maldicenze e giudizi. Restituiamo l’onore altrui (la “terra”) di cui ci siamo impossessati per invidia. Liberiamo coloro che abbiamo reso schiavi del nostro piacere con mille pretesti e più meschini stratagemmi. Restituisca chi ha preso interessi a usura dal povero.
Impegniamoci a ridare la vista a coloro che abbiamo accecato con lo scandalo dei nostri atteggiamenti. Comportiamoci correttamente e nella Verità verso tutti e tutto, per diventare luce del mondo. Infine, annunciamo a tutti, e non solo a parole, che Dio ci ama e ci è Padre, nel Figlio che ha dato per noi».
Giubileo cristiano, dunque, è prima di tutto la proclamazione dell’anno della Misericordia di Dio, non estraneo al Regno di pace e di giustizia che siamo chiamati – tutti – a costruire con le nostre azioni concrete. Chiunque speri di essere accetto a Dio per una serie di gesti rituali, non ha conosciuto Gesù Cristo e resta ancorato ad una esperienza di religione “pagana”.
Questo penso debba essere il Giubileo per noi. Non sia una semplice coreografia che accompagni dall’esterno questa nuova occasione di fare esperienza del Dio che è qui, proprio in mezzo a noi.

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Informazioni su donseb

Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
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