Vocazione da rottamare


manoDio ci ha creati perché desidera amarci. Noi possiamo dire «no» al suo amore, in ogni momento e in molti modi.

«Pietro lo seguiva da lontano. Una giovane lo vide e disse: “Anche questi era con lui”. Egli negò dicendo: “Non lo conosco!”. Poco dopo un altro disse: “Anche tu sei uno di loro!”. Pietro rispose: “Non lo sono!”. Un altro insisteva: “In verità, anche questi era con lui”. Pietro disse: “Non so quello che dici”. In quell’istante il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro che uscito fuori pianse amaramente» (Cf. Lc. 22, 54-62).

Premetto che il testo evangelico dei rinnegamenti di Pietro, l’ho scelto perché mi suggerisce quattro modalità. Si tratta di risposte che – dinanzi all’invito che Dio ci fa di entrare in relazione con lui – generalmente usiamo per giustificare il nostro rifiuto. Questa riflessione, poi, dovrebbe aiutarci a capire quanto sia urgente la nostra conversione. Infatti, solo attraverso un nuovo modo di pensare saremo in grado di dare una risposta adeguata a un invito così importante. Prima di parlare delle modalità occorre precisare alcune cose. Innanzitutto, nessuno di noi è escluso dall’invito. Il contenuto dell’invito, poi, equivale al tema della vocazione che non significa parlare della consacrazione a Dio nel ministero. Essa trova il suo fondamento nel Battesimo, riguarda tutti e indica il vivere pienamente la fede, conducendo una vita cristiana coerente e seria. Infine, quando parliamo di relazione personale con Dio, dobbiamo essere coscienti che essa è possibile solo a partire dall’incontro con Gesù e attraverso la sua mediazione. Ci troviamo, dunque, dinanzi a un invito personale che richiede da noi una risposta altrettanto personale. Tuttavia, ogni risposta può orientarsi verso l’accoglienza o il rifiuto. La storia di Gesù, è costellata da continui inviti alla comunione con lui, ma anche di risposte non sempre accoglienti. Dal punto di vista razionale, dinanzi al rifiuto di Dio, da parte di un essere così finito come l’uomo, la ragione si scandalizza. La realtà è questa: chiunque può volgere le spalle a Dio. Situazioni rappresentative le scorgiamo nel rifiuto del giovane ricco, sebbene affascinato da Gesù. Anche in Giuda, il quale accoglie l’invito, aderisce subito al progetto, ma al momento opportuno lo abbandona per tradirlo. Queste esperienze mostrano che nella vita dei credenti, c’è un dinamismo che ci precede nell’invito di Dio, dinanzi al quale siamo chiamati ad aderire responsabilmente. L’adesione si forma attraverso la nostra libertà che, se mal usata, finirà per distruggerci.
Vediamo, ora, più da vicino queste modalità.

Seguire Gesù da lontano
Si tratta qui, della risposta tipo di chi (allo stesso tempo) teme di farsi vedere con Gesù, ma non vuole smettere di esserne discepolo. Questo tipo di carattere scaturisce da un comportamento approssimativo. In tal senso condivido con diversi miei colleghi un’esperienza che forse può chiarire meglio la questione. In chiesa, in oratorio, in confessionale, molti cristiani (giovani oppure no) si mostrano accoglienti, amichevoli, sembrano davvero buoni esempi per la comunità. Puntualmente, però, quando capita d’incontrarli fuori dagli ambiti parrocchiali, molti tra loro fanno finta di non conoscerti, evitano di salutare e, se hanno compagnia, spesso cambino strada. Si vergognano di mostrarsi – non dico amici –, ma neanche conoscenti del prete. Questo rifiuto non riguarda il prete in quanto uomo, ma ciò che esso rappresenta agli occhi della società. In altri termini, costoro si vergognano a mostrarsi amici di Cristo. Sono tanti coloro che rientrano (consapevolmente oppure no) in questo modello. Come Pietro hanno paura del giudizio umano, seguono Gesù, ma da lontano, con circospezione. Il loro discepolato non deve essere conosciuto, per questo si tengono a distanza di sicurezza. Il rischio legato a questo modello vocazionale è quello di restare invischiati tra la folla perdendo così le tracce del Maestro. Questa è una «vocazione rinnegata».

Gesù? Non lo conosco
Passiamo al secondo modello di risposta all’invito. Il discepolo viene identificato e nega tutto: “Non lo conosco!”. Egli rinnega tutta la confidenza e l’intimità che Gesù gli ha manifestato. Quante volte neghiamo di conoscerlo? Ci spaventa, forse, dichiarare l’amicizia che ci lega a quest’uomo che ha acceso un fuoco nel cuore, quando l’incontrammo per la prima volta? Forse ci siamo illusi di una gloria tutta umana, invece ci accorgiamo che da se stesso va spedito verso la Croce. Ecco allora che la Croce ci spaventa, perché ci mette di fronte la verità di Cristo: non avremo consensi né successo. Annunciare il suo messaggio rende impopolari. La Croce non interessa a nessuno (pochi?), così ci vergogniamo ad annunciare la Croce del Maestro. Anzi, la togliamo dai luoghi in cui si svolge la vita sociale, affermando implicitamente che è preferibile non aver mai conosciuto quest’uomo che dice di essere Dio. Meglio stare dalla parte dei più forti, i potenti della terra. Chi reagisce in questo modo all’invito di Dio, non ha mai conosciuto la potenza della Croce.

Non appartengo ai suoi
Eccoci alla terza risposta. Chi inizia col rinnegare Gesù, inevitabilmente finisce col rinnegare se stesso. Chi non conosce Dio e colui che egli ha mandato, perde contatto con la realtà e con se stesso. Chi annulla la propria relazione con Gesù annulla la propria identità. Chi si sgancia dalla comunità di convocati: l’ecclesia (la Chiesa che è Madre dei credenti) illudendosi di emanciparsi da chissà quale pensiero oscurantista, finisce per entrare in contraddizione con i principi della fede. Di conseguenza, pensando di salvare la propria esistenza finisce per perderla. Così diventiamo soggetti sterili e inutili ai fini dell’impegno che ci è chiesto di costruire un mondo migliore, preludio del Regno di Dio sulla terra. Questa vocazione è già da rottamare.

Non so che dici
L’ultima modalità di risposta è quella di chi si difende, perché si sente scoperto e perciò giudicato dagli altri. Per costoro non c’è alternativa se non scappare lontano dal Maestro, da se stessi e dagli altri. Questa è l’ultima spiaggia, il rinnegamento completo. Chi lo compie entra in uno stato d’insoddisfazione permanente, uno strano tipo di solitudine che ha le carte in regola per diventare depressione e disperazione. La verità è che senza Cristo (orizzonte della vita), non c’è speranza.

La misericordia di Dio
Chi procede attraverso le modalità descritte, rifiutando categoricamente ogni invito di Dio, rischia una fine (almeno spirituale) poco onorevole. Tuttavia, la parola fine non è amata da Dio. Egli ricco di grazia e di misericordia fa nuove tutte le cose ponendosi dinanzi alle nostre infedeltà col perdono. Volge il suo sguardo amorevole e fissa i nostri occhi. Davanti a questa ulteriore prova d’amore, due sono le possibili strade da percorrere. Riconoscere la propria fragilità piangendo lacrime di pentimento e come Pietro aprirsi alla grazia rinnovatrice di Dio lasciandosi trasformare in uomo nuovo. Oppure, irrigidirsi sulla propria scelta, rifiutare la grazia e cadere nella disperazione come fece l’Iscariota Giuda.

Conclusione
Ricordiamoci sempre: quando la nostra libertà fallisce, Dio resta fedele e continua a invitarci anche se lo abbiamo rinnegato. Però non mi sento di garantire che Dio possa accettare un numero indefinito di rifiuti. Ho paura che a un certo punto finisca per abbandonare chi non ne vuol sapere del suo invito.

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Informazioni su donseb

Salve! Sono Don Sebastiano, sacerdote della Diocesi di Tivoli.
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