Famiglia ed educazione (terza parte)

people-2942847_1280Educazione, vuol dire generare

La famiglia educa perché genera. Il verbo «generare», significa molto più del semplice riprodurre biologicamente. Di fatto, la famiglia genera quando rende umano ciò che da lei nasce. Questo è il motivo per cui l’educazione familiare forma il presupposto affinché i figli diventino soggetti unici e irripetibili.
Contrariamente a quanto afferma certa cultura, la generazione richiede la presenza contemporanea di due figure importanti, diverse e complementari tra di esse. Nel rapporto familiare di tipo generativo, queste due figure ricoprono due ruoli essenziali, quello di padre (maschio) e quello di madre (femmina). Il frutto dell’amore educativo, tra i due soggetti, è il figlio. Questo nucleo, insieme, concepisce una vera storia familiare fatta di tempo condiviso, esperienza affettiva e morale. Nessuno s’illuda, solo la famiglia naturale è in grado di far sperimentare, a ognuna delle persone di cui è composta, il proprio valore e la propria identità; a prescindere dal livello di servizi che essa può offrire.

La generazione educativa

Se educare significa generare, dobbiamo riferirci alla generazione come alla «originaria esperienza di valore e unicità» che deve essere costantemente coltivata durante tutta la fase della crescita del bambino, attraverso il nutrimento affettivo e morale. I genitori, infatti, prima di procurare oggetti ai propri figli, sono chiamati a trasmettere valori, sostegno, calore. Insomma, tutto quello che serve a dirigere, verso il più sano equilibrio possibile, la loro crescita. In questo modo, attraverso la concreta vita familiare, il bambino riceve il patrimonio storico e genetico delle generazioni precedenti, carico di parole, azioni, gesti, abitudini e conformità. Non dobbiamo mai dimenticare che la «memoria storica», è il luogo in cui il giovane deve gettare le fondamenta per la sua vita futura, in caso contrario si sta costruendo una casa sulla sabbia (Cf. Mt. 7,24-27).
Riguardo la trasmissione genetica della storia familiare, i nonni, al di là dell’aiuto che possono offrire in termini di assistenza, saranno tanto importanti quanto più avranno imparato a testimoniare il patrimonio specifico della famiglia. Anche questo offrirà un senso all’identità del giovane.
Considero la famiglia, specie quella credente, il luogo degli affetti, delle responsabilità e delle relazioni più persuasive. Per questo è imprescindibile che la cura dei figli sia, sempre, compito comune e responsabile di entrambi i genitori. Essi, hanno generato e restano per tutta la vita genitori, anche nelle delicate situazioni familiari di separazioni.

L’importanza del ruolo genitoriale.

Nel rapporto di ruolo con i figli, il padre e la madre, diventano fonte di fiducia e speranza; anticipo della maturità psicologica che sta alla base dell’originario sviluppo dell’identità umana. La madre, che è femmina, nel suo essere dono fecondo (matri-munus à matri-monio), richiama il dono della vita, la cura, la protezione il calore affettivo. Il padre, maschio, si collega più facilmente al rapporto simbolico che richiama la trasmissione dei beni materiali e morali (patri-munus à patri-monio), rispetto dei valori, delle norme educative, senso di appartenenza alla famiglia, rispetto della giustizia e lealtà nelle relazioni.
Tuttavia, mentre la funzione materna è piuttosto chiara (certamente lo è per gran parte delle donne), quella paterna, nei termini espressi, è piuttosto lontana dalla mentalità di tanti uomini. Da qui sorgono molti dei problemi educativi. Diventa, allora, necessario porre riparo alla situazione, partendo dalla dinamica educativa della «cura responsabile».

Cos’è la cura responsabile?

Si tratta di un atteggiamento educativo che possiamo sintetizzare in tre verbi: «originare, sostenere, liberare». Questo dinamismo educativo si fonda sul diverso equilibrio tra gli aspetti di:

  1. I genitori camminano insieme al figlio e gli restano vicino, vegliano, sorvegliano, consigliano, ma evitano di fare ciò che spetta al figlio.
  2. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, è una nuova stagione della vita che ha con sé le difficoltà del giungere alla condizione adulta.

Attenzione a un problema bidirezionale:

  1. L’incertezza dei giovani che non sanno cosa significhi essere adulti.
  2. L’incertezza degli adulti (la società in genere), incapaci di valorizzare la propria responsabilità generativa. Di frequente questa incapacità finisce per esaltare l’aspetto giovanile di una crescita alla ricerca di gratificazioni immediate, attraverso il divertimento a tutti i costi.

Mancare alla cura responsabile, nel giovane, può trasformarsi in patologia psicologica che, nel tempo, crea delle vere e proprie situazioni d’infelicità. Per questo i genitori non devono mai dimenticare che prendersi cura dei propri figli è un atto responsabile davanti a Dio. Generare, è una caratteristica essenziale dell’adulto e significa: «interessamento verso la vita nuova». Interesse fatto di attenzione alla crescita, di esempi coerenti che (al di là di qualsiasi concetto pedagogico) aiutino il giovane a crescere sano.

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Verità e Vangelo

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Famiglia ed educazione (seconda parte)

affection-1866868_1280Ricondurre l’educazione al suo valore originario. 

Iniziamo il nostro percorso alla riscoperta del valore originario dell’educazione partendo da due semplici e importanti constatazioni:

  1. «il primo soggetto educativo è la famiglia»;
  2. «il primo luogo in cui la persona umana costruisce i suoi fondamenti è la famiglia».

Dire «primo» significa due cose.

  1. Nessuno, sottolineo, nessun altro soggetto educativo può sostituire la famiglia nell’educazione, anche nel caso in cui la stessa famiglia accetti di essere sostituita. I genitori che, altresì, decidessero di lasciare ad altri il compito educativo dei propri figli, sottraendosi alla propria missione educativa, saranno i principali responsabili dei disagi cui andranno incontro i loro figli. La famiglia è insostituibile.
  2. Fino ad una certa età dello sviluppo della persona, qualunque altro soggetto educativo deve cooperare con la famiglia e mai prenderne il posto. Cosa significhi concretamente cooperazione, lo vedremo in seguito.

In ogni caso, se non partiamo da questo «primo», il tema educativo diventa pura illusione.

Due le difficoltà reali da sottolineare.

  1. La maggior parte delle famiglie, oggi, si trova in uno stato d’incertezza sociale e confusione culturale. Questo stato di cose, li porta a pensare (e ne sono convinte) che l’educazione dei figli sia un aspetto secondario. Le preoccupazioni (seppur in alcuni casi legittime) sono altre: la salute, il posto di lavoro, lo sport, la bellezza e così via.
  2. Altra difficoltà: «Oggi, è ancora possibile educare?».

Spesso sento dire che famiglia e società, si trovano nella condizione d’impossibilità a produrre un’azione educativa. In realtà, da un’attenta analisi, emerge il dato che l’impossibilità si presenta solo nei casi in cui, famiglia e società, non fanno nulla per applicare il «primo» di cui abbiamo parlato.
Altro aspetto che rende difficile l’educazione, è un certo scoraggiamento. Questo sentimento di sconfitta dinanzi a forze ritenute invincibili, quali: amicizie, internet, smartphone, ecc., è solo un inganno. Tale sfiducia non ha fondamento, perché dobbiamo renderci conto che nessuna cultura potrà mai sopprimere il desiderio di ogni persona che viene al mondo. Desiderio iscritto nel DNA che coincide con il bisogno di essere educati. Sganciati da questa verità, si rischia di orientarsi verso false forme educative. Inoltre, poiché mi rivolgo ai credenti, invito tutti i genitori che hanno celebrato il Sacramento del matrimonio nel Signore, a prendere coscienza che, da Gesù, hanno ricevuto il «carisma dell’educazione». Questo carisma significa che gli sposi cristiani ricevono (quindi possiedono) una speciale capacità di educare che possiamo definire: «potere educativo».

Detto questo, dobbiamo capire cosa significa «Educare una persona».

Immaginiamo di viaggiare in aereo. Improvvisamente siamo paracadutati fuori senza preavviso. Atterriamo su un’isola deserta. In quel momento, tutta la nostra ansia si sintetizza in tre domande: «Dove sono capitato? Come sarò accolto? Quanto dovrò restarci?».
L’esempio ci aiuta a capire la vicenda di ogni persona. Il bambino che viene al mondo, non è stato preavvisato. Dalla serenità del grembo materno si trova catapultato fuori, in un mondo sconosciuto. Quando ne avrà coscienza, si chiederà: «dove sono capitato? Come sarò accolto? Fino a quando dovrò rimanere?».
Ricondurre l’educazione al suo valore originario consiste nell’aiuto che diamo ai giovani, affinché riescano a rispondere a queste domande. In altre parole l’educatore, è chi introduce nella realtà. Una realtà non solo corporea ma soprattutto spirituale. Si tratta di una relazione molto profonda; questa relazione la chiamiamo «esperienza umana». Educare, allora, significa guidare la persona nella sua interazione spirituale con la realtà, ossia condurre la persona a vivere in modo umano la propria esperienza. Ora, poiché la persona non è frutto del caso e non esiste come elemento di un caos universale, ma vive di fronte a un «Altro» che gli è superiore ed ha un Volto personale, educare significa anche, soprattutto, guidare il giovane all’incontro con questo Volto.

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