FAMIGLIA ED EDUCAZIONE (quinta parte)

school-1782427_1280Educazione o Edificazione?
Concludiamo la nostra riflessione sul tema educativo biblico di «edificazione».

Comunione
Se guardiamo alla pedagogia divina, Dio usa sempre il medesimo approccio. Egli stabilisce un rapporto di «comunione» con la persona. In senso biblico comunione significa: unione con qualcuno affinché si realizzi una comunicazione, ossia un’azione (univoca) fatta insieme. Senza comunione, in qualunque tipo di rapporto verrebbe a mancare la «comunicazione». Lo stesso si può dire riguardo al progetto educativo. Infatti, se tra genitori e figli non c’è comunione, diventa impossibile comunicare gli elementi educativi. Occorre, perciò, stabilire il contatto (unitivo) per intervenire, affinché il figlio esprima le proprie potenzialità in azione. Di conseguenza di ciò, i genitori (o gli educatori) sono chiamati a guidare e formare il giovane, per renderlo capace di agire moralmente bene.
Tuttavia, a essere precisi, se l’educatore vuole che il soggetto da educare (figlio, studente, atleta, ecc.) agisca moralmente bene, deve possedere, per sé, la consapevolezza dei valori assoluti e relativi da seminare nel cuore della persona. Chi ha coscienza dei valori, possiede la fecondità educativa e ciò che semina matura il carattere del soggetto da educare.
Può certamente sorgere qualche dubbio sui valori da trasmettere, in questo caso sarà utile riferirsi alle norme naturali del bene. Sono presenti in tutti gli esseri umani, riassunti nel concetto di «legge morale naturale» carica d’informazioni fondamentali che aiutano la persona a crescere e maturare in equilibrio. Una volta che i genitori (educatori) giungono a una chiarezza personale sui valori fondamentali da insegnare, occorre sgombrare il cuore del figlio da qualsiasi atteggiamento contrario al giusto equilibrio psichico-spirituale. Senza questo svuotamento, fatto con pazienza e perseveranza (come fosse un allenamento quotidiano), non è possibile mettere nel giovane il giusto dinamismo per una sana crescita.

Relazione
Alla base di un atteggiamento educativo importante, c’è la «relazione». In una giusta relazione, il figlio saprà apprezzare l’azione educativa e i genitori potranno assaporare la bontà della crescita nei loro figli. La relazione serve anche a fornire una serie di dati comportamentali che sostengono l’individuo nel momento dell’incontro con le difficoltà dello sviluppo.
Nella relazione educativa, una cosa da tenere in conto è questa: «ogni azione edificante, è una proposta (domanda) orientata a un soggetto che si troverà sempre nella condizione di aderire o rifiutare (risposta). Pertanto, la relazione genitore/figlio deve diventare un’azione responsabile, cioè: a ogni valore educativo proposto ne deve conseguire, sempre una risposta, senza la quale l’edificazione non va avanti. La Sacra Scrittura è piena di esempi di questo metodo. Il Signore entra in comunione con l’uomo e lo inserisce nel suo progetto educativo. Inserisce nel suo cuore valori fondamentali, colloca nella sua razionalità dati e informazioni, per mezzo dei quali (l’uomo) può giungere alla piena conoscenza della realtà e scegliere se aderire al progetto o rifiutarlo, e la risposta umana passa sempre attraverso l’uso della libertà e della volontà. Questo, è il percorso che anche noi dobbiamo seguire con i nostri figli o con i vari soggetti da educare.
Non ho dubbi (e qui lo affermo) che, solo attraverso lo studio e l’insegnamento del metodo edificativo biblico si possa giungere a una svolta per un futuro migliore. Anche perché, il tipo di educazione proposta dalla cultura post-moderna e contemporanea, ha mostrato una certa incapacità nel formare le persone. Chi vuol comprendere sa’ che gli attuali metodi pedagogici umani finiscono per svuotare di significato, di senso e di valore il cuore e la mente dei giovani, i quali non sono in grado di maturare senza punti fermi nella loro vita. Di fatto finiscono per attingere alla cultura del nulla e della menzogna. I risultati li conosciamo già. C’è da dire che, lungo l’arco della storia umana, ci sono sempre stati modelli educativi umani molto validi. Essi vorrebbero aiutare il soggetto a fondare la propria vita sui valori assoluti, base su cui poggiare quelli relativi che fondano l’azione sociale, ma sono stati sempre esclusi (eliminati) dalla cultura dominante.

I «no» che fanno crescere
Ritornando al rapporto genitori/figli, c’è da notare un particolare problema. Chi spende energie nell’educare, spesso prova l’amarezza (difficoltà) di non sapere come agire nei confronti dei figli (soprattutto nella primissima infanzia, momento in cui il soggetto umano è più capace di apprendere e far proprie le emozioni da sviluppare nella crescita). Per superare questa difficoltà, contrariamente a quanto la cultura dominante insegna, i genitori devono recuperare l’uso di una parola chiave.
Le parole chiavi offrono, in particolare al bambino, un modo chiaro per riconoscere quale azione compiere in forma responsabile. La Scrittura c’insegna un termine che ha un fondamentale ruolo educativo, la parola è: «No».
Purtroppo, oggi, i genitori (educatori) vedono nel «no», una forma di privazione nei confronti dei soggetti da educare. La conseguenza, è che la struttura educativa dove tutto è permesso (nella falsa convinzione che poi crescendo si possano cambiare le cose) si allontana dall’edificazione e porta alla violenza.
La pedagogia afferma che il carattere della persona si forma nei primi anni della vita. In questi anni, tutti gli elementi che un bambino riesce ad accumulare formano il bagaglio di dati che poi (l’esperienza) trasformerà in maturità psico-fisico-caratteriale.
Un bambino abituato ad agire in tutta libertà, dove il concetto significa: «faccio come mi pare», è possibile che diventi un adulto immaturo e violento, perché incapace di riconoscere che il proprio spazio d’azione non deve (e non può) mai invadere lo spazio dell’altro. Insomma, l’uomo non è libero perché può fare ciò che gli pare, ma lo è per liberarsi dai propri egoismi per riuscire a fare ciò che deve, ciò che è bene.
Dunque, sembra ovvio, che bisogna saper dire anche no! Eppure ciò che è ovvio non sempre è subito comprensibile. D’altra parte il pensiero comune c’insegna che il “no” è una violenza, così prolifera l’attività clinica di tanti psicologi (anche molti sacerdoti) chiamati ad aiutare quelle famiglie (numerosissime) le cui situazioni di disagio sono dovute all’assenza dei «no che fanno crescere».
Dire «no», non significa essere insensibili, violenti o rifiutare l’altro. Il «no» è il contrappeso della bilancia educativa che oggi pende solo dal lato del “sì” incondizionato. Ricordiamo che il «no», è importante quanto il «sì». Le due parole sono complementari, riserva di energia emotiva che fonda l’autorevolezza dell’educatore.

Diritti e doveri
Finalmente, un altro aspetto fondante dell’edificazione risiede nell’insegnamento dei diritti e dei doveri. Non va da nessuna parte, e non si realizza mai, chi non conosce di avere diritti e non compie i suoi doveri.

Nel rimandare alla lettura del prossimo articolo che sarà la conclusione del nostro excurus sul tema educativo, termino consigliando una bella lettura sul tema: «I no che aiutano a crescere» di Asha Phillips, ed. Feltrinelli.

Continua…

Annunci
Pubblicato in Catechesi

I tre Dialoghi e il racconto dell’Anticristo

9788821162763_0_0_285_75La Russia ha avuto grandi filosofi: Vladimir Sergeevic Solov’ëv (pronuncia Solovief) è uno di questi.
Poco conosciuto in Italia, forse perché pensatore credente, ha scritto delle opere interessanti. Tra queste, quella che scrisse per ultima: «I Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo».
In questo testo Solov’ëv, mostra una conversione che lo lega a una drammatica interpretazione del divenire terreno. Inizialmente il testo può sembrare un po’ ostico, ma superato il primo approccio non si riesce a smettere di leggerlo.
Scritto alla fine dell’800, il racconto dell’Anticristo, è un testo che continua a inquietare per la chiaroveggenza con cui ci rivela uno dei volti della storia moderna.
L’Anticristo non è chi si oppone a Cristo, ma uno che insegna agli uomini il concetto di amore labile (quello che a Roma si direbbe il «volemose b’bene» che significa tutto e niente), e finisce per desacralizzare (svuotare) la vita umana, cancellando i riferimenti al Trascendente. La proposta, che spinge al vuoto senza tanti preamboli, è quella di una frammentazione orizzontale delle religioni, delle culture e dei popoli. Accogliendo, di ciascun elemento, ciò che è comune a tutti, per spogliare il tutto del suo significato essenziale. L’Anticristo di Solov’ëv, è un conciliatore, un’inclusivista, capace di far allontanare l’uomo dalla Verità.
Interessante la proposta di lettura psicologica dei vari personaggi, sembra di vedere intellettuali, politici, persone del nostro tempo. Affascinante l’analogia che si trova tra la “politica” dell’Anticristo e il pensiero di tanti politici e personaggi autorevoli del nostro tempo. Al termine, qualcosa d’inquietante apparirà all’orizzonte del lettore se, confrontandosi con il testo, analizzerà l’attuale e minaccioso deserto del senso e dei valori.

I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo
Vladimir Sergeevic Solov’ëv
Ed. Marietti, 1996, pag. 362.

Pubblicato in Libro consiglio

Peccato e Riconciliazione (quarta parte)

adamo-eva-serpente-donna-masolino-largeViaggio tra i meandri del peccato originale

Prima di passare a presentare la storia della Salvezza (atto con cui Dio interviene in favore dell’uomo, rispondendo alla scelta originaria della sua creatura amata), propongo un ulteriore approfondimento interpretativo su quanto ho detto nella precedente catechesi.
In un certo momento della sua vita, l’uomo, si trova nella condizione di dover fare una scelta, non sapendo però, che questa avrebbe dato origine al suo futuro nella generazione di un’umanità decaduta.
Tutto comincia con il piano (possiamo ben dire diabolico) con cui lo spirito del male pone nel cuore umano un dubbio. Manovrando bene i fili, satana tesse la tela per imprigionare l’umanità, colpevole di non aver creduto in Dio. Ciò che spinge l’uomo verso una scelta piuttosto che un’altra, è il desiderio di «dominio».
L’uomo (la natura umana) pensa di poter raggiungere il livello di conoscenza divina colmando la lacuna riguardante l’esperienza del male. In realtà, già in questo pensiero è presente la menzogna diabolica che inganna l’umano genere. Di fatto il testo biblico, nel suo linguaggio arcaico, lascia intendere che non è la conoscenza in sé a essere proibita, ma quel desiderio di conoscenza che nasce dal non voler accettare il limite personale della natura umana. Chi può conoscere tutto? Solo Dio! Se l’umano non accetta di essere limitato, di non poter fare tutto, di non poter conoscere tutto di Dio, di sé, dell’altro, cade nel desiderio di dominio, spera di usurpare l’onniscenza divina. Dunque, non è il sapere a essere proibito, ma quella (cattiva) conoscenza che spinge l’umana creatura a volersi sottrarre al dominio di Dio, a causa della propria finitezza. L’inganno di satana sta nel tentare l’uomo, facendogli credere di poter dominare la conoscenza, di possedere un sapere di bene e male. Così, cadendo nella tentazione, l’umano cede liberamente e volontariamente al male.

La Bibbia tratta la questione in maniera più ampia, facendo capire che la conoscenza si riferisce sia al bene che al male. In realtà (pur trovandosi l’uomo nella condizione di neonato che, per questo, dovrà ancora imparare a conoscere molto della creazione), il peccato originale, alla luce di quanto detto al paragrafo precedente, non può riferirsi anche alla conoscenza del bene, poiché l’uomo è stato creato da Dio, già in funzione del bene. La logica ci fa pensare che il fatto stesso che Dio abbia creato in maniera diretta la natura umana, essendo Lui il Sommo Bene, deve necessariamente averla creata per la grazia preternaturale in funzione del solo bene. D’altra parte non dimentichiamo che l’uomo è immagine e somiglianza di Dio e in Lui non c’è il male; in Dio c’è l’assenza di male.
Pertanto, il problema non sta tanto nell’albero della conoscenza del bene e del male, quanto nella possibilità che l’uomo ha di conoscere il male che non conosce e non gli appartiene.

Come avviene il peccato originale?
Perché suscita nell’uomo questa condizione di decadenza?
Dalla Bibbia, sappiamo, così è scritto al capitolo terzo, che il serpente (satana) tenta l’umana natura. La figura del serpente è emblematica e lo scrittore sacro la usa come allegoria per diversi motivi. Intanto, perché anticamente si pensava che il serpente fosse una creatura immortale. Visto come un’animale in continua evoluzione, ciò derivato dal fatto che il serpente cambia pelle. La concezione è di questo tipo: un’animale che cambia pelle rinnova la propria vita e ne inizia una nuova ogni volta. C’è poi un altro fatto: il serpente, è un’animale che s’insinua nelle pieghe della terra, nelle fenditure delle rocce. Si nasconde per paura e colpisce la preda, mentre essa è inconsapevole. In questi atteggiamenti, gli antichi vedevano un comportamento perverso, perfido. Con l’immagine del serpente, l’autore biblico ci suggerisce che il principe del male non rappresenta la bontà, il bene. L’altra caratteristica, sottolineata dall’autore sacro, è la menzogna. Gesù stesso chiamerà il diavolo «padre della menzogna», poiché ogni menzogna ha sorgente in lui.
Il serpente, dunque, vuole portare la preda nella sua trappola e domanda: «È vero che Dio vi ha detto che non dovete mangiare nessun frutto del giardino?». Eva, non avvezza alla menzogna e legata alla giustizia divina dalla grazia, reagisce difendendo la bontà di Dio e spiega al diavolo come stanno veramente le cose. Non ha capito, però, che è sul piano della menzogna che sta mettendo in gioco la sua libertà e il futuro di ogni essere vivente (non dimentichiamo che Eva, significa «madre di tutti i viventi» (Cf. Gn 3,20).
A questo punto apriamo una parentesi.

Perché la tentazione è stata indirizzata ad Eva?
Eva, rappresenta la parte femminile dell’umano ed è la parte più debole della sua natura. Saltino sulle sedie coloro che hanno conformato il loro pensiero a una “certa” cultura femminista, ma è così. Con ciò non intendo dire che la femmina dell’uomo sia deficitaria o inferiore rispetto al maschio, assolutamente. Certo è, che ci sono grandi differenze fra i due, tra cui anche una certa debolezza che risiede ed è rappresentata dalla fecondità. La fecondità non è feconda da se stessa. Per esserlo ha bisogno di ricevere il seme da fecondare e una volta fecondato perché si generi la vita, la femmina entra in uno stato di contingenza che la rende vulnerabile. Al nostro discorso questo basta.
Forse per maggior chiarezza potremmo guardare, in analogia, al rapporto tra umanità e Dio. La natura umana è debole, perché ha bisogno di ricevere la vita e il sostentamento da Dio.
Il nemico dell’umano, attacca Eva usando una strategia arcaica. Quando un popolo in lotta contro un altro popolo voleva annientare il nemico, gli portava via i giovani. In questo modo quel popolo non aveva forze sufficientemente forti per difendersi e perdeva perfino la possibilità di sopravvivere in futuro, perché venivano interrotte le generazioni. Satana sa bene che deve attaccare la femmina dell’uomo se vuole rendere la sua fecondità infruttuosa. Al serpente non interessa che Eva partorisca figli suoi, ciò che vuole evitare a tutti i costi è che la femmina partorisca «figli di Dio» (questo era il destino del genere umano se fosse rimasto nella grazia preternaturale). Se il diavolo vuole distruggere il creato, ha una sola possibilità, far perdere la grazia all’uomo, guastando la sua fecondità. Un altro valido motivo per cui Eva è oggetto della tentazione è questo: la femmina, è anche la parte più intelligente dell’umano genere (la femmina ha capacità intellettive superiori a quelle del maschio) ora, se il diavolo vuol far cadere nella sua rete qualcuno deve tentarlo. Lo fa portandolo sul suo piano che è quello della menzogna proposta come verità. Questo lo fa attraverso il ragionamento. Se una persona è più pratica che abituata alla ragione, la tentazione non gli suscita alcun desiderio. Al contrario, più la persona è intelligente, più si addentra nella tentazione, analizza la proposta e quando comincia il ragionamento (sotto la regia di satana), quello è il momento in cui attecchisce il male che comincia a stabilirsi nell’interiorità umana; luogo che l’antropologia teologica (scienza che studia l’uomo dal punto di vista della fede), pone nel cuore.
Torniamo al nostro discorso: come reagisce Eva? Abbiamo detto che inizialmente difende Dio: «Non è vero che ci ha detto di non mangiare nessun frutto, piuttosto di un determinato frutto noi non dobbiamo mangiare, altrimenti moriremmo».
 
Cosa significa mangiare nel nostro contesto?
Mangiare significa cibarsi, cioè mettere dentro. Tuttavia, il significato biblico da dare a questo verbo, è diverso. Non si tratta, qui, di mangiare qualcosa. Ricordiamo che lo scrittore sacro raccoglie (ispirato) la Parola di Dio che si rivolge all’uomo, la cui natura essenziale è decaduta (la Bibbia, è stata scritta dopo il peccato originale, diretta ad una creatura che non ha più le capacità intellettive che aveva in Eden). Per aiutare il credente verso la comprensione Dio si esprime in parabole, cioè tratta gli argomenti teologici dal punto di vista della vita quotidiana. Nel nostro caso, per far capire che qualcosa (frutto dell’albero) dall’esterno stabilisce dentro l’uomo (la conoscenza), usa il verbo mangiare. A proposito: la Bibbia non ha mai parlato di mele che, oltretutto, sono buone e facciamo bene a mangiare.
Satana risponde ad Eva. Lo fa spostando il discorso su un altro tipo di problema, soprattutto per distogliere l’attenzione della femmina dalle conseguenze del mangiare. Continuando a mentire ribatte, lavorando di fino: «Non è vero quel che dici. Non è così, Dio vi ha ingannati, perché nel momento in cui ne mangiaste non morireste, ma diventereste come lui». In altre parole, satana informa Eva che se vuole diventare come Dio deve superare la condizione (in cui si trova) di essere umano. Per superarla occorre raggiungere la perfetta comprensione che Dio ha conoscendo bene e male. In questo modo, il terribile ragionamento diabolico pone il dubbio nel cuore di Eva che, così, offre il fianco al progetto distruttivo di satana. Usando la ragione, secondo l’ispirazione divina si raggiunge la fede, la salvezza e la pace del cuore. Servendo la ragione e le suggestioni diaboliche si finisce per cadere nella rete tesa dal nemico dell’umanità.
L’errore commesso da Eva, è quello di non aver valutato i due soggetti con cui entra in rapporto. Da una parte Dio che chiede fiducia e obbedienza. Dall’altra satana che istiga alla disobbedienza. Se Eva avesse messo sui piatti della bilancia (del cuore) i due soggetti, è chiaro che la scelta si sarebbe spostata verso Dio, non fosse altro perché Dio è più della creatura; Eva di questo era pienamente consapevole. In proposito, oggi tra gli uomini, c’è chi pensa che satana sia una divinità. I nostri progenitori, questo errore non potevano farlo. La grazia preternaturale li mette in condizione di comprendere, senza dubbi, che Dio è il solo, l’unico, e non ve ne sono altri, né in cielo, né sulla terra. L’errore di Eva, semmai, è l’aver creduto che Dio potesse mentire ai suoi figli: «E se fosse vero? Se Dio ci avesse messo in questa condizione per renderci dipendenti da lui? È così che conosce (attinge) al male e lo trasmette al suo maschio.
 
Come si ha coscienza del male?
Come i nostri progenitori hanno potuto conoscere il male?
Tante sono le interpretazioni date. Per me la risposta è semplice. In realtà si può conoscere il male soltanto allontanandosi dal bene; allontanandosi da Dio: «…il figlio più giovane, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto» (Cf. Lc 15,13). Infatti, il male è possibile solo lontano da Dio, perché fintanto che l’uomo sta con Dio e in Dio, non deve temere alcun male (Cf. Sal 22,4). Ricordiamo, infatti, che Dio è l’onnipotente e che dal momento in cui si è creato il male, Dio lo ha vinto immediatamente, facendo trionfare il bene.
Il male è presente solo nel mondo. Comincia a esistere nel momento in cui Lucifero (e un certo numero di angeli) prevaricano staccandosi da Dio, il quale cacciando i demoni dalla dimensione eterna li esilia sulla terrà, luogo che diventerà abitazione dell’umano, dopo il peccato originale. Ora, come Dio avverte, una volta che l’uomo avesse conosciuto il male, deve affrontarne le conseguenze.

Conclusione
Alla fine di questa catechesi ricordiamo due cose. Primo, che: «La radice del male attecchisce quando ci si allontana da Dio (staccarsi da lui)». Secondo: «Il male, è possibile conoscerlo non prima di commetterlo. Si diventa coscienti di esso nel momento in cui ci si stacca da Dio: è stato così per lucifero e i suoi angeli, è stato così anche per l’umanità.

Continua…

Appendice

Vi propongo una lettura molto interessante tratta dal libro di André Wénin dal titolo: Da Adamo ad Abramo, o l’errare dell’uomo. 

L’ordine di Dio (Cf. Gn 2,16)
…Letta in questo modo, la parola divina mette in guardia l’umano genere contro un pericolo «mortale». Dio dona all’uomo tutti gli alberi la cui vista sveglia il desiderio (Cf. Gn 2,9), ma pone anche un limite che educa questo desiderio in modo che non diventi importuno. Secondo questa logica, «vivere» significa acconsentire ad avere qualcosa «in-meno», significa accettare una mancanza.
Nel fatto che il dono di una legge costituisca l’umano nella sua libertà, Dio si dimostra tanto rispettoso dell’uomo da evitare di fornire le prove imperative di un amore che, se producesse tali prove, soffocherebbe questa libertà. Si potrebbe dire che, nell’ordine da lui dato, Dio si ritira discretamente, per lasciare all’uomo campo libero, come fa il settimo giorno, lasciando tutto nelle mani dell’uomo.
In questo senso, Dio si appella alla libertà e alla fiducia dell’uomo. Certo, lo scopo segreto della legge è la felicità, ma il precetto non fornisce nessun sapere sull’amore che, silenziosamente, vi si esprime. Per poter percepire questo amore, l’uomo dovrà abbandonare la volontà di afferrare, di sapere; dovrà rischiare l’obbedienza alla parola, perciò anche la fiducia in colui che parla (Dio). Dovrà assumere il rischio di rinunciare alla volontà di dominio, lontano da qualsiasi certezza. Se è così, si capisce che Dio non impedisce all’umano la conoscenza del bene e del male. Anzi, gliene procura una certa conoscenza, istruendolo su una via che conduce alla morte e quindi all’infelicità, suggerendogli di conseguenza come fare per andare verso la vita e la felicità. Questa è la lettura del Siracide, il quale, facendo riferimento al nostro racconto, scriverà: «Il Signore ha riempito gli uomini di intelligenza, ha fatto loro conoscere il bene e il male» (Sir 17,7).
L’ordine di Dio, l’umano può capirlo in due modi opposti. Da nessuna parte gli viene precisato quale significato sia quello giusto, mentre l’intento divino soggiacente rimane nascosto ai suoi occhi. Questo lo mette in una posizione radicale di non sapere. Un non sapere che il serpente cercherà proprio di colmare svelando quello che pretende di sapere (Cf. Gn 3,4-5). Questa ignoranza radicale apre in realtà uno spazio d’incertezza che può essere colmato solo dalla fiducia o dalla sfiducia nei confronti di Dio e della sua parola. Ecco quello che, in definitiva, deciderà della scelta che, a questo punto, l’umano deve necessariamente fare. Il modo in cui si comporterà nei confronti dell’albero del conoscere bene e male dimostrerà di fatto in che modo interpreta la parola divina. Se si astiene dal mangiarne, significa che, consapevolmente (o no), crede che la parola è buona e che, attraverso di essa, Dio vuole il suo bene e merita quindi la sua fiducia. Potrà allora verificare con l’uso se ha avuto ragione o torto nel fidarsi. A meno che non scelga di diffidare di questo Dio che in apparenza frustra il suo desiderio, imponendogli un limite.
A questo punto, il lettore è in grado di capire che il duplice ordine dato da Dio costituisce un dispositivo in cui l’essere umano è messo alla prova, testato. Ora, cos’è un test? È un procedimento destinato a far emergere una verità nascosta, a insegnare qualcosa che s’ignora. Nel racconto, il dono di tutti gli alberi del giardino, evidenziato dalla prima parte dell’ordine divino (Cf. Gn 2,16) costituisce il punto in cui il test prende forma. Questo, infatti, non viene ad aggiungersi al dono.
È il dono che, come qualsiasi dono, costituisce di fatto la prova. Il modo di riceverlo, infatti, fa apparire in colui che lo riceve una dimensione del suo rapporto con il donatore, che, fin lì, rimane nascosta.
Per lui il dono è forse una cosa da prendere senza riguardo (per il donatore) oppure vi riconosce un segno del desiderio che il donatore ha di far crescere una relazione? La seconda parte dell’ordine divino formalizza questo test. Se l’umano acconsente a non mangiare dell’albero del conoscere bene e male significa che rispetta colui che gli dona tutti gli altri alberi, significa che riconosce in lui un partner benintenzionato, del quale può fidarsi. In questo senso, il modo di ricevere il dono metterà in luce le profonde disposizioni dell’uomo nei confronti di Dio. (Tratto da: Opera citata. Ed. EDB, Bologna 2008, pag. 47-49).

Pubblicato in Catechesi